Di acqua che si mescola - Singola | Storie di scenari e orizzonti
Un particolare della copertina di Sirene.
Un particolare della copertina di Sirene. | Copyright: Marsilio

Di acqua che si mescola

Il territorio letterario di Laura Pugno mostra una continuità tra reale e fantastico e una grande varietà di approcci e tematiche. Un dialogo a partire da Sirene e La metà di bosco.

Un particolare della copertina di Sirene. | Copyright: Marsilio
Jacopo La Forgia

(1990) è fotografo e scrittore. Come fotografo ha realizzato lavori, oltre che in Italia, in Romania, India e Indonesia. È autore di Materia (Effequ, 2019) e coautore di Triologia della catastrofe (Effequ, 2020). Vive a Venezia.

Laura Pugno è un’autrice che con le sue opere in prosa e in poesia – una raccolta di racconti, otto raccolte di poesie e sei romanzi – ha creato vasti territori letterari, costruito e descritto personaggi molto diversi tra loro, e tematizzato numerose questioni di carattere esistenziale, filosofico, sociale.

Nell’ultimo anno, l’efficacia e l’incidenza sul reale di questi testi si sono intensificate. Almeno questa è stata la mia percezione. Gadamer scrive che un’esperienza autentica è un’esperienza che modifica realmente chi la fa. La letteratura è un’esperienza. La buona letteratura complica le cose, e c’è chi crede che la verità sia dalla parte della complessità e non da quella della semplicità. Io sono tra questi, e credo che i libri di Pugno ci spingano proprio in questa direzione, conducendo il lettore a intraprendere il percorso di tale fruttuosa complessità.

Conoscendo e frequentando da molto tempo i testi di Pugno in solitaria, negli ultimi mesi è nato in me il desiderio di farmi guidare direttamente dall’autrice in una nuova esplorazione dei suoi territori letterari.

Così ho contattato Pugno e le ho rivolto qualche domanda sulla sua opera. Considerata l’ampiezza del suo lavoro, ho scelto di porle questioni soltanto riguardo a due opere: il suo primo romanzo Sirene, del 2007, e l’ultimo, La metà di bosco, del 2018. Navigando in acque relativamente più raccolte, spero di riuscire a immergermi più a fondo nel testo e nella sua potenza.

In Sirene, «qualcosa [è] cambiato nell’atmosfera, negli strati di protezione che separano la Terra dalla stella del suo sistema, e ora il sole sembra voler divorare l’umanità come un dio maligno». I raggi del sole causano il «cancro nero» e la specie umana sembra in via di estinzione. Pochi anni prima, sul pianeta sono apparse le sirene, immuni agli effetti dei raggi solari. Una nuova specie? Una specie antica che viene scoperta solo adesso? Gli uomini assoggettano le sirene in modo spietato, ne fanno carne da macello e le costringono a prostituirsi. La vicenda del libro ruota intorno alla figura di Samuel, sorvegliante di una vasca dove le sirene sono allevate. Samuel violenta una di loro mettendola incinta, e dalla loro unione nasce Mia – mezza sirena e mezza umana – da cui forse avrà origine una nuova specie dotata di coscienza.

Ne La metà di bosco un medico dell’Unità del sonno che paradossalmente soffre di insonnia accetta l’invito di un collega a passare un periodo di vacanza sull’isola di Halki, in Grecia, luogo che il protagonista ha visitato da giovane e di cui conserva piacevoli ricordi. Lì riesce a ritrovare il sonno e comincia a frequentare una coppia di adolescenti che sono in vacanza come lui. Dopo una gita in barca con il suo amico a un vicino isolotto, la ragazza, Cora, cade in acqua e scompare. Viene ritrovata solo due giorni dopo, uccisa da un colpo d’arma da fuoco. La metà di bosco, però, non è un giallo: è un viaggio di esplorazione nella realtà del lutto, e della morte.

Jacopo La Forgia - A livello formale, le vicende di entrambi i romanzi sono tratteggiate con una lingua precisa, esatta – preferisci la secchezza, e la potenza dell’immagine, alla ricercatezza lessicale – e le trame sono dettagliatamente architettate – non c’è niente di troppo e niente che manca.
Hai bisogno di sapere in anticipo quello che succederà ai tuoi personaggi, prima di scrivere la storia, o lo scopri insieme a loro? Quali sono i processi che ti portano a scegliere quale storia raccontare, tra quelle che hai in mente?

Laura Pugno - Prima di mettermi a scrivere, solitamente ho già in mente tutto l'arco della trama, e ho costruito schemi e appunti. Questo processo è diventato più consapevole nel corso del tempo. Per Sirene, di cui ho scritto la prima versione in una specie di stato di flusso durato tre giorni, avevo una scarna paginetta con dieci righe di sinossi in azioni; per La ragazza selvaggia, che ha un'architettura temporale molto complessa, la preparazione è stata molto più ampia, per poter organizzare e intrecciare le varie linee della narrazione. L'invenzione, anche nel senso di ritrovamento, della trama può durare anche anni, quindi la scrittura di un romanzo inizia per me nella mente molto prima di quanto non avvenga su carta, e infatti le mie prime versioni sono sempre molto vicine a quella che poi sarà la stesura definitiva. Aver risolto la struttura del romanzo in anticipo consente una scrittura più libera: capitolo per capitolo, la meta è nota, si tratta di arrivarci, se hace camino al andar. Può capitare, quindi, di rimanere per mesi a pensare a un certo snodo della trama, finché un'intuizione, un cambiamento di punto di vista, o un elemento scovato in ricerca consentono di trovare la soluzione che consente che il tutto acquisti senso. So che ci sono scrittori e scrittrici che agiscono in modo completamente diverso, ma ognuno di noi nel tempo e con l’esperienza sviluppa il metodo e la modalità di lavoro che gli è più funzionale. Spesso penso che si tratta dello stesso lavoro, solo svolto in modalità conscia o inconscia. Quando ho scritto il mio primo saggio, In territorio selvaggio, che è uscito nel 2018 per Nottetempo, ho sperimentato di nuovo, anche se in forma più estesa e continuata, lo stato di flusso della scrittura che ricordavo da Sirene, come se la mente imparasse prima a fare un certo tipo di scrittura, e poi a farla sempre più consapevolmente, a teorizzarla nel suo stesso farsi.




JLF - Ho letto Sirene due volte, la prima nel maggio del 2019 e la seconda lo scorso dicembre (a chi legge quest’intervista: è un libro perfetto per questo periodo). La metà di bosco l’ho letto circa sei mesi fa.
In entrambi i casi, se ripenso all’esperienza di lettura una delle prime cose che mi viene mente è la parola “acqua”. L’elemento è centrale in entrambe le storie. In Sirene la leggo come una forza salvatrice: solo nell’acqua si può sopravvivere, protetti dal sole, e la nuova specie che popolerà il mondo – si spera sostituendosi all’uomo –, proviene dalle profondità del mare. (Vorrei azzardare che l’acqua, in Sirene, è una “sostanza madre”, à la Bachelard, ma ho timore di finire nello psicoanalitico, approccio ermeneutico un po’ scivoloso);
Ne La metà di bosco, invece, l’acqua è, da una parte, curativa – aiuta il protagonista a ritrovare il sonno perduto; dall’altra, pare intimamente legata al destino mortale della ragazza.
Nel tuo percorso di scrittura, che ruolo ha avuto e ha l’elemento dell’acqua, con quello che rappresenta simbolicamente o permette di indagare in termini narrativi, biologici, psicologici?

LP - Comincio a risponderti con una citazione, appunto, da In territorio selvaggio, che rimanda a sua volta un'altra citazione, ma non temere, non è un gioco di scatole cinesi:

«C’è una citazione che ti accompagna da molto tempo, il file di Word in cui l’hai salvata è del 2003, ed è di Giorgio Vasta. Originariamente il testo era sul sito HoldenLab, ed è questo:
C'è un libro, inclassificabile, bellissimo, di Antonio Franchini, Quando vi ucciderete, maestro? (Marsilio 1996), che racconta di combattimento e letteratura, delle loro somiglianze e della loro diversità, del corpo che si scontra e del corpo che soffre. In questo libro si parla di ostea leukà, "ossa biancheggianti", e leggendo ci si accorge di trovarsi di fronte a una profondissima intuizione. Si tratta di questo: così come, nell'antichità, del corpo dei guerrieri greci caduti in battaglia e bruciati sulle pire, al dissolversi dei tessuti, della muscolatura, degli organi interni, sopravviveva, ancora immerso nel fuoco, solo un residuo biancheggiare d'ossa, ugualmente, l'esperienza della lettura – più esattamente della memoria della lettura, della memoria di una narrazione – dissoltasi l'impalcatura della trama, il contesto, la forma dei personaggi, genera, a suo modo, altre ossa biancheggianti, frammenti di memoria, microimmagini, istantanee (ma anche odori, rumori – riflessi sensoriali). Le ossa biancheggianti sono quindi "quel che rimane”, via tutto il manto degli aggettivi e dei verbi, le finezze dello stile.
Quel che rimane, le ostea leukà, le ossa biancheggianti sono l’ossessione, i pochi nuclei incandescenti a cui torniamo una e un’altra volta. L’idea che siano là fuori, ciò che rimane della mappa quando il territorio è bruciato.»

Questo per dire che anch'io ho letto Bachelard, molti anni fa, e che le mie ostea leukà di quel libro sono in un'immagine, l'idea di società preistoriche che seppelliscono i propri morti affidandoli a zattere che poi percorrono i fiumi avviandosi verso il mare. Il primo viaggiatore, ci dice Bachelard, fu il primo uomo ad essere tanto coraggioso quanto un morto. Curioso ritrovare queste – vere o false – forme del ricordo alla luce della lettura di Sirene e de La metà di bosco, due romanzi che in qualche modo aprono e chiudono un ciclo e che rappresentano l'uno l'inverso dell'altro. In entrambi i romanzi, l'acqua è ciò che deve essere attraversato, verso la vita o verso la morte: ironicamente potremmo dire, l'aspetto oceanico del sentimento oceanico, non solo come memoria del corpo ma come memoria del mondo, della nostra relazione con il mondo.

JLF - Il tuo modo di costruire e osservare il corpo dei personaggi è una delle cose che colpisce maggiormente dei tuoi libri.
Nel tuo primo romanzo, la descrizione del corpo delle sirene, i loro amplessi, la scena del protagonista che tatua il corpo di Sadako – la sua fidanzata – prima che muoia di cancro nero. Ne La metà di bosco, l’idea di dare ai morti un corpo simile a quello dei vivi – che prova fame, freddo e stanchezza.
Il corpo e la sua trasformazione, la sua mutazione. Mi potresti raccontare di che cambiamento si tratta? Che ruolo può avere la letteratura nella riflessione sul corpo?

LP - La maggiore trasformazione del corpo nel pensiero contemporaneo è la sua riunificazione alla mente, la possibilità di pensare corpo e mente non solo insieme, ma come una stessa cosa. Pochi giorni fa, in un piccolo libro di Francesca Matteoni, uscito per Edizioni Volatili, La donna che divenne l'orso, ho trovato queste parole: il corpo prende la forma dell'anima. Io direi piuttosto la mente, mente e corpo che hanno la stessa forma, perché sono la stessa cosa. Se il romanzo di ricerca ci serve, come la poesia, a pensare i pensieri che in un certo tempo non sono stati ancora completamente pensati - in qualche modo ci serve a imparare a pensarli, anche se a volte solo per frammenti e per epifanie - mi sembra molto interessante oggi provare a spingerci oltre questa dicotomia che ci accompagna da un tempo lunghissimo, che ha strutturato il nostro stesso modo di pensare e percepire quantomeno in Occidente, verso la sottostante unità.

JLF - Nei due romanzi l’invenzione libera ha ruoli e spazi diversi. Ne La metà di bosco la maggior parte delle ambientazioni è realistica, e il “fantastico”/ “surreale” irrompe solo nella seconda metà del libro; in Sirene, invece, i lettori sono trasportati fin dalla prima pagina in un mondo completamente immaginato.
Quale ruolo ha il fantastico, l’immaginario, la fiction speculativa nella tua scrittura? È cambiato nel corso del tempo? E, più in generale, quale ruolo ha oggi nella letteratura italiana?

LP - Per me reale e realismo, immaginario e fantastico, sono in un continuum, non in opposizione o in reciproca esclusione, come molta parte della riflessione sulla letteratura italiana contemporanea tende a pensarli. In un certo senso, è una forma di pensiero immanente, che vede gli altri mondi in questo mondo, se vogliamo. La letteratura ha confini molto ampi, o non ha confini del tutto, funziona più a onde e a campi di forze che a pacchetti discreti, a quanti di energia: e comunque di questa energia non possiamo completamente ordinare e disporre la forza, deve sempre sovravanzarci, o non sarebbe di nessun interesse. Non avremmo in quel caso un'opera, ma un prodotto.

JLF - Sirene può essere letta come una critica, e una riflessione, sul modo che l’uomo ha di relazionarsi con l’ambiente. Quale impatto ha la letteratura, il testo letterario, sulla costruzione del pensiero etico corrente? In che modo è cambiato questo ruolo dall’anno di uscita di Sirene a oggi?

LP - Domanda molto vasta, difficile rispondere ora se non per frammenti. Chi scrive è spesso un sensore del proprio tempo… e certamente dall’anno dell’uscita di Sirene (che in prima battuta è il 2007 per l’edizione originale, Einaudi) ad oggi le possibilità di interagire in modo diretto con il mondo al di là del libro per chi fa uso delle parole (e delle immagini, e della voce) sono aumentate in un modo che non avremmo potuto prevedere…. Allo stesso tempo, quelle della letteratura, dei testi letterari, secondo me, ancora continuano a essere correnti carsiche. Scorrono sottoterra o sul fondo degli oceani, non sempre avvertiamo la loro forza e portata d’acqua, eppure sono lì, contribuiscono a modellarci.

 

JLF - A cosa stai lavorando attualmente? Quali direzioni sta prendendo il tuo lavoro?

LP - Negli ultimi tre anni, a partire dall’uscita del mio primo saggio – a cui accennavo prima, e che è In territorio selvaggio. Corpo, romanzo, comunità (Nottetempo) – ho sperimentato scritture altre rispetto alla sola poesia e alla sola narrativa, pubblicando l’Oracolo manuale per poete e poeti con Giulio Mozzi (Sonzogno), tornando a un antico amore come la scrittura per il teatro col “racconto teatrale” La via del fuoco sulla figura di Sabina Spielrein, una delle pioniere della psicoanalisi, nell’antologia Musa e getta curata da Arianna Ninchi e Silvia Siravo per Ponte alle Grazie, esplorando la scrittura per la radio con le dieci puntate di Oltrelontano. Poesia come paesaggio per Radio3Suite. Inoltre, sto traducendo per Bompiani le poesie di Idea Vilariño, autrice uruguayana molto amata in America Latina e molto poco nota da noi. Per me a partire dalla poesia molte strade sono possibili e passibili di esplorazione in scrittura, Presto, però, vorrei tornare a raccontare storie.

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Questo articolo è parte della serie:  L'Italia e la fantascienza
Italia - 2021
Arti
Jacopo La Forgia

(1990) è fotografo e scrittore. Come fotografo ha realizzato lavori, oltre che in Italia, in Romania, India e Indonesia. È autore di Materia (Effequ, 2019) e coautore di Triologia della catastrofe (Effequ, 2020). Vive a Venezia.

Pubblicato:
12-05-2021
Ultima modifica:
03-06-2021
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