Il teen movie, un occhio sul mondo - Singola | Storie di scenari e orizzonti
Un'immagine tratta da The Wise Kids (2011)
Un'immagine tratta da The Wise Kids (2011)

Il teen movie, un occhio sul mondo

Tre film di Stephen Cone su MUBI. Un regista indipendente che riscrive il genere a suo modo: tra i giovani battisti, l'omosessualità e la gabbia della religione.

Un'immagine tratta da The Wise Kids (2011)
Emanuele Di Nicola

giornalista e critico cinematografico, è redattore della rivista di cinema “Gli Spietati”. Collabora con varie testate (“Cineforum”, “Nocturno”, “Cinecritica”). Ha scritto saggi su Ken Loach, i fratelli Dardenne, Wiseman, Fincher, Ozon, Dumont. È autore de La dissolvenza del lavoro. Crisi e disoccupazione attraverso il cinema (2019) e La carne e l’anima. Il cinema di Abdellatif Kechiche (2021).

Il teen movie è questione di sensibilità. Si tratta di uno dei generi più importanti del cinema americano, nato negli Usa e non potrebbe essere altrimenti: prima i “presagi” degli anni Cinquanta (Gioventù bruciata di Nicholas Ray, 1955), poi le anticipazioni dei decenni Sessanta e Settanta, quindi l’esplosione negli anni Ottanta. Con un vero e proprio fondatore: John Hughes, regista di Breakfast Club (1985), colui che chiuse gli adolescenti americani nella biblioteca della scuola e così scrisse gli archetipi fondativi del genere, quelli che vengono frequentati ancora oggi. Un genere storicamente sottovalutato, spesso assente dai manuali di cinema, a cominciare dal minimo ma decisivo errore di traduzione entrato nel linguaggio corrente italiano: vengono indicati come “film per ragazzi”, e non “film di ragazzi”, ben più esatto, perché la radiografia dell’adolescenza non riguarda solo gli adolescenti in senso stretto, ma chiama in causa gli adulti e noi tutti.

Se i codici sono ancora quelli dettati da Hughes, però, il teen movie - come ogni genere - affronta la prova del tempo: vive nel mondo, si attorciglia al contemporaneo, combatte con l’oggi, guarda negli occhi il nostro tempo. E non si posiziona solo al centro dell’impero, come dimostrano i molti teen prodotti da Netflix, ma anche nella periferia: per questo è particolarmente significativa la distribuzione sulla piattaforma MUBI di tre film di Stephen Cone, cineasta tanto importante quanto misconosciuto da noi. La migliore piattaforma italiana ha portato alla luce un trittico di titoli finora inediti: The Wise Kids (2011), Henry Gamble’s Birthday Party (2015) e Princess Cyd (2017).

Ma chi è Stephen Cone? Regista classe 1980 nato in Kentucky, cresciuto in South Carolina e poi trasferito a Chicago, Illinois, è un quarantenne totalmente autodidatta che ha iniziato a filmare lontano dalle cattedrali del cinema indipendente americano, New York e Los Angeles. Nei sobborghi, appunto. Apprezzato in varie occasioni al Sundance, alle sorgenti del suo cinema c’è già una diversità rispetto agli archetipi dell’indie, ai topos consolidati: quelle marche che spesso – secondo alcuni critici - rendono i film indipendenti una massa indistinta, simili l’uno con l’altro, schierati su un pauperismo un po’ fine a se stesso e sulla riscrittura del cosiddetto “cinema d’autore”, rischiando di scivolare nell’imitazione del modello “alto” da parte dei poveri.

Un'immagine tratta da Henry Gamble’s Birthday Party (2015)

Un'immagine tratta da Henry Gamble’s Birthday Party (2015)

Stephen Cone invece no. Il regista impegna il suo contesto differente per connotarsi fortemente, prima di tutto attraverso il ruolo della religione e in particolare la confessione battista del South Carolina, in cui Cone è cresciuto. Le asprezze e le rigidità dello sfondo osservante, che richiama un’interpretazione letterale dell’Antico Testamento, all’insegna della società patriarcale e della negazione dell’omosessualità, vengono riscritte da Cone nei suoi racconti. C’è però un doppio binario: seppure si incontrino figure ancora oggi intimidite dalle “fiamme dell’inferno”, spesso i loro ritratti sono comunque affettuosi, i caratteri comprensibili, le idee superate ma non da stigmatizzare: in quella comunità l’autore è cresciuto e la rispetta, dipingendola con profonda umanità seppure evidenziando sempre la necessità dei giovani di emanciparsi con spirito critico, di seguire una strada propria.

Per fare questo il regista sceglie la forma del teen movie: pensa che sia il modo migliore per rivolgere uno sguardo sul mondo oggi, il più adatto, il più opportuno. Ma è un teen movie radicalmente diverso dalla fonte e riscritto sulle sue esigenze, ovvero sulle urgenze contenute nel suo cinema. Partendo dal minimalismo autobiografico, dall’esperienza di vita, insomma da ciò che conosce meglio, il regista apre i suoi racconti all’universalità: li porta a ingaggiare un vero e proprio corpo a corpo coi grandi temi del contemporaneo.

Non a caso MUBI ha intitolato la piccola retrospettiva “Risvegli. Tre film di Stephen Cone”. Mutuando il titolo del film di Penny Marshall del 1990, qui il risveglio è certamente quello del proprio corpo, della propria natura, convocata per la prima volta dagli impulsi sentimentali e sessuali. Ma è anche il risveglio della mente, chiamata al coming of age, ovvero ad affrontare in modo frontale il dolore della crescita. Attenzione: come premesso, tutto ciò non riguarda solo i più giovani. Gli adulti sono chiamati al confronto con se stessi non meno dei ragazzi: anche loro dunque si “svegliano”, affrontano aspetti che avevano sempre rimosso, nascosto dietro la superficie della forma. E lo fanno proprio specchiandosi nei giovani, perché come sempre guardarsi nell’altro porta a riconoscersi. Il simbolo è il personaggio di Austin in The Wise Kids, interpretato emblematicamente dallo stesso Cone, un direttore del coro che a sua volta si scopre omosessuale, di rimando alla medesima scoperta effettuata da uno dei ragazzi, ma con più dolore – dovuto proprio all’età adulta -, con maggiore difficoltà a realizzare la vera natura e riconfigurarsi secondo una sessualità nuova.

The Wise Kids racconta proprio un gruppo di ragazzi, che vivono nella comunità battista del South Carolina: Tim è chiamato ad affrontare il proprio essere gay, riconoscendosi “diverso” ma allo stesso tempo costretto a integrarsi su quel terreno, perché non può abbandonare parenti e affetti; Brea è la giovane figlia del pastore battista che, in una sorta di contrappasso, combatte contro la graduale perdita della fede che instilla in lei terribili sensi di colpa; il suo negativo è Laura, stessa età ma credente rigida e inflessibile, che scioglie l’interrogativo sui testi sacri con l’ipotesi di rispettarli alla lettera (e quindi l’omosessualità è “sbagliata”). I personaggi si intrecciano tra loro in un movimento quotidiano, dominato dalla routine e dalle piccole cose, in cui apparentemente succede poco ma in realtà “accade la vita”, ossia il movimento della crescita fa il suo corso e il teen movie gradualmente arriva alla meta. Il segreto, per i ragazzi svegli del titolo, e per gli adulti che in loro si specchiano, è costruire la propria autonomia: scoprire cosa siamo veramente, accettarlo, non figersi altro da sé e non lasciarsi condizionare dalle sirene del contesto, siano esse umane, sociali o religiose. Tim dunque può essere gay anche mantenendo la fede battista e vivendo in quel mondo, il suo: perché l’essenza non dipende dal genere.

Un'immagine tratta da Princess Cyd (2017)

Un'immagine tratta da Princess Cyd (2017)

Fin dall’origine della sua filmografia Stephen Cone pone sul tavolo il grande tema dell’identità sessuale: è un regista queer, naturalmente, che conosce bene l’influsso dell’ambiente di provenienza e la difficoltà di affermarsi, non nascondersi, col rischio perverso di tenere occulta la propria vera sostanza, di non sbocciare mai. Il nodo è centrale anche in Henry Gamble’s Birthday Party, secondo tassello del discorso, l’opera in cui la forma cinematografica di Cone diventa più raffinata e stratificata: frequenta non solo l’archetipo del pool party, la festa in piscina che bagna tanto cinema americano, ma anche il canone narrativo dell’unità aristotelica. Nello stesso luogo, tempo e spazio, nell’arco di una giornata si consuma la festa di compleanno di Henry, adolescente biondo e bello, che sarà ovviamente il momento per fare i conti con la propria natura, per il protagonista, per i comprimari e (ancora) per gli adulti. L’inzio e il finale sono circolari, dimostrando la mano felice del cineasta nella riscrittura del topos: “Vuoi vedere quanto ce l’ho lungo?”, il film si apre con i due giovanissimi amici che verificano le proprio misure, per poi eseguire un’esilarante e tenera scena di masturbazione. In mezzo c’è la festa, appunto, in cui i ragazzi ballano e nuotano sorvegliati dagli adulti, che a loro volta trasgrediscono dagli schemi che si sono autoimposti, come quello di non bere alcool.

Il regista riprende i temi del film precedente e li sviluppa ulteriormente, lanciando in questa piscina tutti i semi del teen movie secondo lui: la complessità della crescita, le tresche vere o presunte, la gabbia della religione, l’ombra dell’omosessualità. Sullo sfondo si staglia il mito dell’american sleepover: la festa giovanile in cui gli adolescenti americani restano a dormire dagli amici, magari per la prima volta, già tematizzata da David Robert Mitchell nel film che portava quel rito nel titolo (The Myth of American Sleepover, 2010). Nel girotondo tra i ragazzi in acqua o sul bordo, la questione più significativa è qui rappresentata dal personaggio di Logan, nero e gay, che viene generalmente emarginato e scansato proprio per le sue caratteristiche. In filigrana, senza mai dirlo come d’uso, Cone ripone nella sua figura una doppia discriminazione: non solo è omosessuale ma anche black, insinuando così tra le righe il problema dell’America bianca e razzista, soprattutto quando i segni della diversità si presentano a coppia come in Logan. Il giovane parte a dir poco svantaggiato, il suo rapporto con Henry è problematico, ma come di consueto il genere prevede un’evoluzione: d’altronde coming significa sempre “arrivare” da un’altra parte.

Henry Gamble’s Birthday Party è anche il film che dietro al tono comico più condanna il mondo degli adulti, in particolare con una dinamica che esplode dentro la festa. Un giovane problematico un po’ più grande degli altri, convocato al party, si isola e preferisce restare solo, si chiude in bagno dando sfogo alla sua crisi interiore, fino a prodursi in atti di autolesionismo con gravi tagli sulla pelle. La regia gioca di fuoricampo ma poi, inevitabilmente, mostra il ragazzo ferito e sanguinante: “Abbiamo sbagliato tutto”, è il commento di uno degli adulti. Ecco la sostanza della critica dell’autore, che qui si fa diretta e colpisce duro: sono proprio i “grandi” che non capiscono i giovani e li rovinano, terrorizzandoli con la religione, costringendoli alle regole ferree di un’altra generazione che loro stessi infrangono. È proprio lo sguardo degli adulti che provoca il dolore dell’esistere, l’abisso di non conformarsi alle aspettative, arrivando perfino al rovesciamento della figura genitoriale che da timone diventa aguzzino, parte del problema. E così il ragazzo che si taglia sembra uscito da quell’autopsia del teen movie che è stato Elephant di Gus Van Sant (2003). Ma la mano di Cone è lieve e vuole chiudere con una sequenza di riconciliazione, in cui i ragazzi – il bianco e il nero – operano un inaspettato avvicinamento.

La serenità di un regista che riflette sui problemi ma non vuole la tragedia, bensì evoca la presa di coscienza, si riflette nel film più recente, Princess Cyd. Ancora una volta – inevitabile – si parte da un tratto tipico del genere: il confronto tra l’adolescente e l’adulto. La prima è la sedicenne Cyd, sopravvissuta a una tragedia, che viene inviata dal padre a Chicago in casa della zia Miranda, una scrittrice affermata. Nella variazione sul tema teen tutta al femminile, Cone allestisce un rapporto prima problematico e poi di scambio reciproco: Cyd è una giovane oggi, sta sbocciando sessualmente, intreccia rapporti con ragazzi e soprattutto ragazze, simbolo di una generazione gender  fluid che troverà la storia d’amore proprio con una sua coetanea. La zia, adulta ma ancora affascinante, è un’intellettuale: lontana dal richiamo della carne trova la maggiore soddisfazione in lunghe sessioni di lettura. Donne agli antipodi che tra slanci e incomprensioni arrivano gradualmente a sfiorarsi, toccarsi e capirsi: nel rispetto delle diversità, certo, ma anche in uno scambio reciproco che all’inizio pareva impossibile. Il regista reinstalla qui il motivo della scoperta e l’accettazione dell’omosessualità, ma rispetto al titolo precedente opera uno scarto: se Henry Gamble’s Birthday Party conteneva una rigida auto-accusa verso il mondo degli adulti, Princess Cyd ipotizza invece una “collaborazione”, un possibile patto tra generazioni distanti che le porti a camminare insieme.

Tante sono le tracce di cinema che convogliano nei racconti di Stephen Cone: l’eredità di John Hughes, delle sue riscritture moderne come La vita è un sogno di Linklater (1993), la tradizione dell’indie americano vista dalla periferia, dall’occhio del South Carolina. Un cinema fieramente indipendente che però ne riscrive gli stereotipi, attraverso una forte connotazione che per paradosso esce dal particolare e diventa universale: in altre parole, seguiamo questi giovani battisti del mezzogiorno d’America lontanissimi da noi, eppure siamo anche noi, siamo tutti. Perché il confronto con il contemporaneo ci riguarda da vicino. Don’t You Forget About Me, cantavano i Simple Minds in Breakfast Club: la voglia di trovare se stessi, di affermarsi, di essere ricordati è quella di sempre.

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Questo articolo è parte della serie:  Visioni
USA - 2011-2021
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Emanuele Di Nicola

giornalista e critico cinematografico, è redattore della rivista di cinema “Gli Spietati”. Collabora con varie testate (“Cineforum”, “Nocturno”, “Cinecritica”). Ha scritto saggi su Ken Loach, i fratelli Dardenne, Wiseman, Fincher, Ozon, Dumont. È autore de La dissolvenza del lavoro. Crisi e disoccupazione attraverso il cinema (2019) e La carne e l’anima. Il cinema di Abdellatif Kechiche (2021).

Pubblicato:
16-08-2021
Ultima modifica:
16-08-2021
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