In lettura, Cina 2019. | Copyright: Connor Wang

All'ombra del Grande Firewall Cinese

Le campagne di verità ai tempi dei social. Ovvero, come si fa la guerra fredda nel 2020.

In lettura, Cina 2019. | Copyright: Connor Wang
Intervista a Vanessa Molter
di Davide Palmisano
Vanessa Molter

è assistente di ricerca presso lo Stanford Internet Observatory, dove si concentra sulla sicurezza internazionale in Asia orientale. Allo Stanford Internet Observatory, si occupa soprattutto di social media a Taiwan e di propaganda cinese. In precedenza, ha studiato affari di sicurezza di Taiwan presso l'Institute for National Defence and Security Research di Taipei, un think tank di difesa affiliato al governo.

Davide Palmisano

si occupa di Big Data e Intelligenza Artificiale. È il referente di Libera in UK e sporadicamente collabora con la stampa italiana. Vive a Londra.

Quest'anno ricorre il settantesimo anniversario della famosa "Campagna di verità" del Presidente Truman, una richiesta agli editori di unirsi al governo per far guerra alla "falsa propaganda, a colpi di verità, in tutto il mondo" [1].
A quel tempo, gli Stati Uniti e l'URSS erano nel mezzo di una guerra psicologica a seguito di uno scontro di due visioni ideologiche radicalmente diverse del mondo. Oggi, mentre la Cina ha sostituito la defunta URSS nel ruolo di unica potenza in grado di sfidare la posizione degli Stati Uniti nel mondo, stiamo forse assistendo a un rinnovamento della guerra psicologica tra le due superpotenze? Qual è la narrazione prevalente della pandemia di Covid-19 dei media statunitensi e cinesi? 

Per rispondere a queste domande abbiamo contattato Vanessa Molter, ricercatrice presso l'Osservatorio Internet di Stanford, autrice di uno studio su pandemie e propaganda incentrato su come i media cinesi di proprietà statale stanno rappresentando la lotta al virus [2]. 

Lo studio ha esaminato il modo in cui tali media si siano rivolti al pubblico di lingua inglese all’estero e come abbiano cercato di edulcorare la percezione della Cina e dei suoi sforzi nel contenimento dell’epidemia.
 

Davide Palmisano - Insistendo sull'analogia della Guerra Fredda, possiamo dire che il Web è diviso dal Grande Firewall della Cina, come l'Europa è stata divisa dalla cortina di ferro? Ovvero: libertà di parola e pluralismo da una parte, censura e controllo dall'altra parte? Pochi giorni fa Zhao Lijian, vicedirettore generale del dipartimento di informazione del ministero degli Esteri cinese, ha sostenuto pubblicamente con un tweet che "aveva prove che il virus (corona) è nato negli Stati Uniti” [3], innescando un vortice di teorie cospirative in occidente. Forse il muro sta diventando più permeabile? E come possiamo proteggere le nostre società da atti di disinformazione che provengono da resoconti ufficiali (e verificati) di politici e ufficiali di alto rango?

Vanessa Molter -  Non penso che il Great Firewall stia diventando più permeabile; piuttosto, sembra che il governo cinese sia più disposto a sfruttare delle opzioni asimmetriche: da un lato stabilire una presenza significativa sui social media non cinesi, dall'altro vietare ai cittadini cinesi l'uso di queste piattaforme e vietando i media stranieri (come il sito del New York Times) nella propria nazione. Riguardo Zhao Lijian, molta della responsabilità ricade sulle piattaforme: finché i social accettano (e talvolta promuovono) questo tipo di contenuti, le teorie cospirative diffuse dagli account ufficiali continueranno a influenzare il discorso pubblico.
Invece le piattaforme potrebbero rimuovere i contenuti che si dimostrano falsi (indipendentemente da chi li pubblica) [3], rendere più rigorose le politiche in base alle quali l'account viene verificato (e rimuovere i segni di spunta della certificazione) come ritorsione contro gli account che diffondono false narrazioni. A livello sociale,  livelli più alti di alfabetizzazione digitale e l'esistenza di fonti di notizie rispettabili possono aiutare i cittadini a distinguere le informazioni fondate dalle teorie infondate.

La fondazione della Repubblica Popolare Cinese, poster del 1953. | Shanghai Propaganda Poster Art Center

DP -  Parliamo di Li Wenliang, il giovane medico informatore che è stato uno dei primi a segnalare apertamente e pubblicamente l'esistenza del nuovo virus in Cina. È stato arrestato dalla polizia e costretto a firmare una lettera in cui affermava di aver fatto "false dichiarazioni", prima di morire di Covid-19 qualche giorno dopo. Dopo la sua morte, l'hashtag “Il governo di Wuhan deve delle scuse al Dr. Li Wenliang” era trend su Weibo prima di essere censurato [4]. Come mostrato nella tua ​ricerca su pandemia e propaganda, i media cinesi di proprietà statale hanno raccontato questa storia sui loro profili social (su piattaforme occidentali) in modo chiaramente edulcorato, omettendo la detenzione e la censura a cui il Dr. Wenliang è stato sottoposto. Oppure, il tentativo più serio di influenzare le ultime elezioni a Taiwan, dove la Cina è stata collegata a enormi campagne di disinformazione, come rilevato da un rapporto dell'Università di Göteborg [5].
In che modo Facebook, Twitter o YouTube possono mitigare il rischio di trasformarsi in vettore di disinformazione, senza compromettere i valori della democrazia liberale come la "libertà di parola", l’inclusione e il pluralismo?

VM -   Visto che hai tirato in ballo Taiwan: all'Osservatorio Internet di Stanford abbiamo studiato e monitorato i social media di Taiwan durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali di quest’anno e non abbiamo trovato prove di campagne di disinformazione cinese [6]. Ciò non significa che Taiwan non sia un obiettivo delle campagne di disinformazione cinesi, ma non ho ancora visto prove per concludere che ci sia stata una "enorme" campagna di disinformazione, come talvolta riportato dai media. 
Ma tornando alla tua domanda: esistono già alcuni tentativi da parte dei social per mitigare la dannosità della disinformazione sulle loro piattaforme. Tipo l'etichettatura degli articoli dei media di proprietà statale o l'aggiunta di un banner per informare gli utenti che una determinata fonte potrebbe non essere affidabile. Ulteriori passaggi potrebbero essere includere l'inasprimento delle regole relative alla verifica dell'account, il declassamento algoritmico di alcuni tipi di contenuti che potrebbero essere falsi in modo da minimizzare il numero di utenti che possono raggiungere o, come inaugurato da Twitter l’anno scorso, il divieto di pubblicità per media di proprietà statale. 

Fumetto di propaganda statunitense, 1947

DP -  Per quanto riguarda le ricerche future sulla propaganda cinese e i suoi tentativi di influenzare l'opinione pubblica occidentale, puoi anticipare ai nostri lettori quali direzioni prenderà la tua ricerca o quali potrebbero essere le tendenze future in questo campo?

VM -  I tentativi di influenzare il pubblico non sono né nuovi né unicamente cinesi. Tuttavia, il governo cinese ha notevolmente ampliato la propria portata negli ultimi anni aumentando la presenza di media ufficiali statali e dei proprio account istituzionali sui social media e finanziando un'ampia gamma di operazioni mediatiche in tutto il mondo. Una cosa che mi interessa è osservare come il Partito Comunista Cinese utilizzerà in futuro questi media per diffondere, di volta in volta, la narrazione che preferisce. 
Inoltre, la volontà mostrata da alcuni canali ufficiali cinesi di promuovere narrazioni artefatte sull'origine del coronavirus non era stata osservata in modo così palese in precedenza, e sarà interessante vedere se questa è una nuova tendenza nella strategia di comunicazione del Governo Cinese.

La fondazione della Repubblica Popolare Cinese, poster editato nel 1978. Notate una differenza con l'originale? | Shanghai Propaganda Poster Art Center

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Cina - 2020
Davide Palmisano

si occupa di Big Data e Intelligenza Artificiale. È il referente di Libera in UK e sporadicamente collabora con la stampa italiana. Vive a Londra.

Vanessa Molter

è assistente di ricerca presso lo Stanford Internet Observatory, dove si concentra sulla sicurezza internazionale in Asia orientale. Allo Stanford Internet Observatory, si occupa soprattutto di social media a Taiwan e di propaganda cinese. In precedenza, ha studiato affari di sicurezza di Taiwan presso l'Institute for National Defence and Security Research di Taipei, un think tank di difesa affiliato al governo.

Pubblicato:
28-04-2020
Ultima modifica:
06-05-2020
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