Marco Giovenale

Marco Giovenale, essere e geografia del segno

Una conversazione sulla scrittura asemica a partire dal Golden Record delle sonde Voyager.

Marco Giovenale
Intervista a Marco Giovenale
di Redazione Singola
Marco Giovenale

è scrittore, poeta, asemic writer e traduttore. È tra i fondatori del sito di materiali sperimentali gammm. I suoi testi sono antologizzati in diverse raccolte, tra cui Parola plurale (Sossella, 2005) e Nono quaderno di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007). Le sue opere di asemic writing sono state esposte in Italia e all'estero. Ha pubblicato inoltre diversi libri di poesia e di narrativa. Il suo sito principale è slowforward.net. Materiali grafici vari in differx.tumblr.com. Vive a Roma.

Ci sono due artefatti che viaggiano a 17 km al secondo e hanno raggiunto i confini del sistema solare. Le sonde Voyager, lanciate dalla Nasa nel 1977, sono una forma di arte, nei risvolti concettuali del progetto e nel profondo carico di mistero e fascinazione che contengono.
Il Golden Record, il disco che la sonda espone su un fianco, è parte centrale di questo mistero. Esso contiene una lista di informazioni sulla nostra civilizzazione in forma elettronica, l'analogo (o il contrario?) di una scatola nera dell'umanità, per quando l'umanità non potrà più testimoniare. 
È lo spunto da cui nasce un dialogo a distanza (mediato da e-mail, e quindi doppini, transistor, forse satelliti...) con Marco Giovenale, a cui abbiamo chiesto di parlarci soprattutto dei suoi lavori di asemic writing, in quanto la scrittura, ancora prima che significato, è significante: segno, traccia, graffio, rottura.    

Il disco d'oro a bordo delle sonde Voyager I e II | Nasa

Singola - Ciò che per noi è segno grafico di massima chiarezza o comunque ciò che possiamo infondere dei migliori intenti auto-esplicativi, è allo stesso tempo per chi si trovasse a decifrarlo fuori dal contesto in cui è stato prodotto, qualcosa di irriconoscibile e incomprensibile.
Così un ipotetico alieno messo di fronte al disco d'oro della Voyager (sempre che questo riconosca il suo essere altro rispetto al resto della sonda e quindi la sua funzione) proverebbe a riempire di contenuti semantici quelle forme, quelle immagini, senza poter inizialmente sapere se esse siano dotate di finalità comunicative o no.
In questa serie di esperimenti mentali, possiamo addirittura immaginare che all'interno di quella lista di saluti nelle diverse lingue esistenti, che la Nasa ha inserito in quel disco, ce ne sia uno in una lingua inesistente. 
Chi ci dice se qualcosa è dotato di senso oppure non lo è? Ogni asemia potrebbe avere una semantica, nascondere un segreto. 

Marco Giovenale - Credo che uno degli elementi di riconoscibilità di una lingua, rispetto a un insieme di segni senza significato, sia da rintracciarsi in una magari lasca, loose, difficilmente rintracciabile, e però inevitabile ricorsività. Elementi che ricorrono indicano il ripetersi di fonemi o comunque elementi significanti.
Ci sono scritture asemiche, per esempio quella di Luigi Serafini oppure quella di Enzo Patti, che fanno abbondante uso di elementi continuamente ricorrenti e quindi non è impossibile, anche soltanto immaginando una affinità con la narrazione della biblioteca di Babele borgesiana, che nelle miriadi di combinazioni possibili una mente aliena possa arrivare a rintracciare in alcune pagine degli autori appena nominati un messaggio effettivo. E non manca giorno che qualche studioso si applichi precisamente a questo compito, soprattutto tormentando il Codex Seraphinianus.

Ciò non toglie che questi tentativi difficilmente arrivano a configurare l'asemico come strutturato. Del resto una delle caratteristiche dell'asemic writing sembra essere precisamente la demolizione di ogni anche vaga pallida ipotesi di struttura. 
O forse più e meglio di me potrebbe inserirsi - in una indagine o interrogazione relativa alla possibile semanticità dell'asemic writing - qualche matematico o studioso di codici segreti e decrittazione.
In ogni caso, se prendiamo per un attimo le distanze dalle tavole asemiche che non solo recentemente ma sempre si sono prodotte, e andiamo invece a ragionare sulla placca d'oro che il Voyager porta con sé, indubbiamente ci sentiamo attratti o proprio spostati verso un elemento di enigmaticità non indifferente.
Non tanto relativo alla placca in sé, e ai segni che vi sono incisi, quanto alla assoluta estraneità delle menti che possiamo immaginare arriveranno forse un giorno a confrontarsi con essa. Non sappiamo nulla di loro, non sappiamo nemmeno se le loro fonti percettive possono essere analoghe alle nostre, quindi essere per esempio la vista e il tatto, per cui davvero ci troviamo a brancolare nello stesso buio che sembrerebbe riguardare coloro che potrebbero un giorno imbattersi nella navicella.
In buona sostanza sembrerebbe trattarsi di un vero e proprio passaggio tra due oscurità conoscitive, la nostra su noi stessi e sui nostri messaggi e sui possibili interlocutori, e quella che avvolge gli interlocutori stessi, sempre ammesso che esistano in qualche angolo del tempo futuro, e del suo spazio, ovviamente.

Voyager 2, allestimento, 1977. | NASA

Posizionamento del Golden Record sulla sonda, 1977.

SNG - Un salto nell'inconoscibile, e torniamo all'immagine di quella sonda gettata come un seme nell'oceano, in attesa di un'isola. C'è una distanza, un vuoto enorme, soprattutto. E la cosa più interessante di questo vuoto, mi pare, è che allo stesso tempo è infinitamente sterile e infinitamente fertile o, come il deserto di Borges, il labirinto assoluto: inesauribile spazio di ricerca. Il tuo lavoro sulle scritture asemiche va avanti ormai da molti anni. Cosa ti ha portato a iniziarlo?

MG - Credo che l'inizio vero e proprio (cioè consapevole) del lavoro con l'asemic writing possa essere collocato per me intorno al 2006. La grafia ha portato alla grafia, non ci sono state altre spinte. L'effetto di produzione di senso del lavoro su e con i segni. Una frase che riassume la situazione può essere quella dell'artista Valeri Scherstjanoi, "I am my handwriting". 
Poi iniziando e proseguendo nelle scritture asemiche, nelle tracce, probabilmente si fa strada la coscienza che il labirinto intorno c'era già prima. 

"Collage asemico" di Valeri Scherstjanoi‎ | Valeri Scherstjanoi‎

SNG - Per certi versi, la frase che citi, ma in generale l'opera asemica (molto più che altre opere puramente astratte) riporta alla celebre frase di Alighiero Boetti, "scrivere con la sinistra è disegnare", che come Stefano Bartezzaghi giustamente rileva, è analoga a quanto si legge in uno dei suoi quadrati - "mettere i verbi all'infinito". La grafia è ambivalente, nel momento in cui si scrive si sta anche graffiando una superficie, lasciando una traccia la cui funzione non è quella di essere letta, ma piuttosto guardata ed esplorata. Nel corso di questi anni hai sviluppato una tua geografia personale? Se sí, potresti indicarcene i confini?

MG - La geografia, se personale, è giocoforza sempre quella - anche - un po' - biografica. E in questo senso sono tra quelle persone che non vorrebbero essere ricordate per molto altro che per i libri che lasciano alla noia degli elenchi e (se la fortuna assiste) alla polvere delle biblioteche.
Detto questo, è evidente che il versante asemico occupa un grosso spazio, ma si arresta sulla soglia del lavoro verbale leggibile, pienamente semantico, che libri di prosa e di poesia, e riviste, hanno accolto nel tempo. Diciamo (per le riviste) già dalla fine degli anni Ottanta.
Dunque il territorio rappresentato dalla mia produzione non è di facilissima mappatura.
Stando alla sola scrittura asemica, tuttavia, penserei di poterne dividere i flussi in poche direttrici chiare: la scrittura per glifi, come maiuscole di un alfabeto ignoto; la scrittura corsiva, che - sia o no stratificata, in più "layers" - può inoltre disporsi in griglie e figure le più diverse; la scrittura su oggetti che prendono parte a installazioni o vengono abbandonati (secondo la prassi delle "installance": operazioni di confine, di margine); la scrittura direttamente 'figliata' dall'astratto, o che in questo si spegne.

Alighiero Boetti, Alternando da uno a cento | Archivio Alighiero Boetti

SNG - Che nomi faresti tra chi pensi che abbia portato avanti la ricerca in modo significativo sulla scrittura sperimentale negli ultimi anni? Soprattutto, vedi opere che possano funzionare da raccordo tra queste progettualità di nicchia e la produzione più propriamente narrativa o poetica?

MG - La domanda che mi fai, se non sbaglio, tende qui a uscire dal campo della scrittura asemica per rivolgersi invece alla sperimentazione più (o meno) recente in forme di scrittura lineare, testuale in senso stretto. Quella che, in breve, potrei per me personalmente vedere ora nel libro Quasi tutti (2010, ed. Miraggi, 2018).
La scrittura asemica, invece, ritengo sarà sempre inevitabilmente un versante da cui il prosatore o il poeta italiano tenderà a tenersi lontano. La dirittura o dittatura del significato, nonostante tutto il Novecento, non è scalfibile. Parrebbe tuttavia a me - almeno - deformabile, ossia visibile sotto la stessa lente che, lo ammettiamo o no, fonda e orienta e scompiglia e 'aggiusta' la nostra percezione, non solo sensoriale ma anche emotiva: la lente dell'esperimento. (Che è già i nostri occhi, non viene da fuori).

Stiamo allora a questo piano di discorso. Quello dell'esperimento letterario, lineare, grosso modo.
Ebbene, il lavoro svolto negli ultimi quindici-venti anni soprattutto Gammm e Slowforward (con puntate in territori limitrofi, come quelli di Nazione indiana o alfabeta2) credo abbia causato non sempre inutili frutti di polemica e distanziamenti. Importanti e invece utili, in più di un'occasione, si sono rivelate alcune discussioni anche accese, per chiarire o proprio evidenziare le posizioni di chi - legittimamente - non intende muoversi su territori di sperimentazione. E ci sono stati anche frutti di dialogo, certo, interazione, e in più casi curiosità, soprattutto verso gli autori stranieri che nel tempo sono stati tradotti in italiano (principalmente, come si sa, da Michele Zaffarano e Gherardo Bortolotti: il caso "maggiore" penso sia quello di Christophe Tarkos, di cui va ricordato almeno Anacronismo, anticipato in frammenti lungo un arco di tempo di quasi quindici anni e infine pubblicato presso Tic Edizioni, 2020).

Al punto di giunzione (o disgiunzione) con una certa ricerca letteraria (che è "di nicchia" solo perché attivamente compressa da specifiche, intenzionali e deprimenti scelte editoriali-distributive diffuse, non certo per suo disvalore o difficoltà), si possono vedere esperimenti a mio avviso validissimi: per esempio i Personaggi precari, di Vanni Santoni. In direzione più narrativa, le prose brevi recenti di Andrea Inglese. La testualità 'composita', che aggrega materiali testimoniali, prose, documenti esterni (fin dal Gasometro, Le Lettere, 2006), di Sara Ventroni, o di Elisa Davoglio (cfr. il recente Taco Bell, Aragno, 2018). O altre prose, se non sbaglio ancora inedite, ma affiorate due anni fa a RicercaBo, di Paola Silvia Dolci. Per non parlare di autori che arrivano (o arriveranno) con le spalle già solide alle prime o seconde o terze (ormai) uscite in rete o su carta, come Jacopo Ramonda, Simone Burratti, Isacco Boldini o Veronica Tinnirello.

Aprendo però una parentesi (che non riguarda i nomi appena fatti), aggiungo: finché la cultura media del lettore italiano non farà pace con l'arte contemporanea, cercando e soprattutto intendendo, capendo, afferrando quelle sintonie che fino a quaranta-cinquanta anni fa erano addirittura evidenti nel percorso parallelo delle scritture letterarie, non ci sarà speranza per una estensione "di massa" o comunque ampia di nuove idee testuali. E i romanzi imposti dal mainstream continueranno a vendere come se fosse esclusivamente quello il "luogo del senso", della produzione di senso, in termini letterari. (Mentre, a mio avviso, è proprio quello della grande distribuzione l'ultimo o il penultimo posto dove cercarlo, il più delle volte).
Forse una coscienza di strade devianti, felicemente diverse, è però già diffusa, irraggiatasi naturalmente attraverso l'arte di strada, i graffiti, la musica d'improvvisazione, e altre forme musicali, la fotografia digitale, la diffusione di blog e siti, la nascita di nuovi luoghi virtuali di coesione tra lettori e artisti. A volte in forma ingenua, a volte no.

Un asemic writing di Marco Giovenale

SNG - Forse questa "coscienza di strade devianti" ci porterà a riconciliare il testo scritto con l'arte (quindi per inciso anche con il pensiero e la teoria filosofica, non credo che un legame tra arte e pensiero sia mai stato cosí necessario come oggi). Nel frattempo, per la cronaca: dall'inizio della nostra conversazione, le sonde Voyager si sono allontanate dalla Terra di qualche altre centinaia di migliaia di kilometri. Hai voglia a ricercare un senso, galleggiamo in un universo spropositatamente gigante, labirintico e soprattutto assurdo. Detto questo, siamo in chiusura: hai progetti nuovi di cui ci vuoi mettere al corrente?  

MG - Inevitabilmente, l'interrogazione sul "dover essere del senso" è incastonata con noi, come noi, insetti, nell'ambra di questo piccolo pianeta, e non ne usciamo, nonostante le sonde. Conseguenza effimera è che non penso che i miei progetti, anche loro, faranno molta strada, come onde elettromagnetiche e ulteriori domande, nello spazio esterno; ma mi piace figurarmeli come non del tutto inutili al contesto e cronotopo e idioma che qualcuno si ostina a chiamare poesia contemporanea, e che io preferisco sciogliere nella più ampia espressione "scritture contemporanee". (O "di ricerca", piaccia o no la specificazione, che ha quasi un secolo di vita, dunque qualche ragione da vendere: non è stata inventata né ieri né trenta né cinquant'anni fa).

Innanzitutto ho avviato una serie di podcast su Spreaker, e credo ne farò - liberamente quanto ai tempi e ai contenuti - parecchi ancora, finché la piattaforma (gratuita) me lo permetterà. Del resto sono poi tutti replicati in uno dei miei due canali youtube. Si tratta e si tratterà di testi inediti altrui, oppure miei, e in questo caso magari non ancora passati su pagina in forma scritta, quindi solo letti, vocali, eseguiti. Senza enfasi, soprattutto, senza "spettacolo del testo". Un po' come trascrivere, ritradurre, usando la voce, parte del corpo meno materiale ma non meno nobile delle mani. (Qualcosa che evade da / rientra in queste riflessioni).
 
Proseguirò poi a fare video sperimentali, a scrivere ossidiane (una prima raccolta non è improbabile esca il prossimo anno) e prose sul tipo di Oggettistica, libro al momento inedito. Ho anche in vista una raccolta di saggi più e meno remoti, alcuni nuovi. Vorrei poi accelerare e rendere parossistica la produzione di Differx, e presto o tardi magari ci riuscirò. E infine ovvero prima di tutto non conto di interrompere, finché campo, la strutturazione pressoché quotidiana del 'palinsesto' o progetto o sito o mostro entropico che nutro e mi nutre dal 2003, Slowforward.
Di sicuro dimentico molte altre attività (quella di insegnamento di poesia e scritture contemporanee, per dire), ma ci penserà Slowforward a ricordar(me)le.

La traiettoria di fuga della Voyager 1 dalla Terra e dal sistema solare | NASA
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Italia - 2020
Marco Giovenale

è scrittore, poeta, asemic writer e traduttore. È tra i fondatori del sito di materiali sperimentali gammm. I suoi testi sono antologizzati in diverse raccolte, tra cui Parola plurale (Sossella, 2005) e Nono quaderno di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2007). Le sue opere di asemic writing sono state esposte in Italia e all'estero. Ha pubblicato inoltre diversi libri di poesia e di narrativa. Il suo sito principale è slowforward.net. Materiali grafici vari in differx.tumblr.com. Vive a Roma.

Redazione Singola

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Pubblicato:
22-06-2020
Ultima modifica:
15-07-2020
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