Foreste psichedeliche - Singola | Storie di scenari e orizzonti
Copertina di “How Forests Think – Toward an Anthropology Beyond the Human”, di Eduardo Kohn
Copertina di “How Forests Think – Toward an Anthropology Beyond the Human”, di Eduardo Kohn

Foreste psichedeliche

Sumak kawsay: verso un’ecologia dei sé. Sul teriantropismo a partire da "Come pensano le foreste" di Eduardo Kohn.

Copertina di “How Forests Think – Toward an Anthropology Beyond the Human”, di Eduardo Kohn
Andrea Cafarella

collabora abitualmente con «Cattedrale», «Altri Animali», «L’Indiscreto», «Kobo», «Singola» e «Stanza 251» dove scrive critica letteraria e filosofia. Un suo testo è entrato a far parte della raccolta Piccola Antologia della peste (Ronzani, 2020), curata da Francesco Permunian, con illustrazioni di Roberto Abbiati. Ha curato l’introduzione a Controcielo di René Daumal (Edizioni Tlon, 2020). Il suo ultimo lavoro è il saggio Il simbolo tace. Il dio fanciullo e l’accordo supremo (DITO publishing, 2021).

Sei mai stato dentro una foresta? Ti sei mai trovato in mare aperto difronte alla tempesta? Oppure sul crinale, sospeso nel nulla, che unisce due cime altissime e sperdute; o nel deserto infinito, o più semplicemente in un sentiero di campagna? Non è poi così scontato, al giorno d’oggi, per un individuo nato e cresciuto nel mondo cosiddetto “occidentale”, aver vissuto simili esperienze; eppure, sono convinto che, se ti sei trovato in una di queste situazioni, o in circostanze analoghe, ti sarà abbastanza facile cogliere ciò di cui parlerò in queste pagine, riconoscerlo quantomeno. Sembrerà strano ma parlerò di come le foreste pensano. E non solo: di come pensano anche attraverso di noi. E arriverò persino a dire che tutti noi – umani e non umani – pensiamo esclusivamente poiché siamo costantemente attraversati dal pensiero delle foreste, e del mare, e del deserto. Di tutta la vita che ci circonda.
Ti sei mai accorto di come la foresta pensa attraverso di te?
Questa è la vera domanda.

Viviamo un tempo durante il quale l’intervento dell’umanità sul mondo ha un’influenza talmente incisiva da modificare le sorti dell’intero pianeta. Stiamo provocando un cambiamento climatico che probabilmente renderà inabitabile la maggior parte della superfice terrestre; causando l’estinzione – già in corso da decenni – di molte delle specie animali e vegetali che lo abitano. Questo processo è talmente complesso e difficile da analizzare che Timothy Morton, per descriverne le caratteristiche, ha dovuto coniare il termine iperoggetto, suggerendo come quella che stiamo vivendo sia proprio l’epoca dominata da questi “fenomeni”, talmente abnormi e invadenti da non essere poi davvero percepibili dalla nostra prospettiva ridotta e definitivamente parziale.

Uno dei nodi più importanti e significativi, dell’immensa rete che costituisce il processo del cambiamento climatico in corso, riguarda le foreste. Basti pensare che dal 1970 a oggi sono stati distrutti, nella sola foresta Amazzonica (il più grande polmone verde del pianeta), più di 800.000 km2 di foresta, con un aumento spaventoso negli ultimi decenni, anche a causa delle politiche scellerate messe in atto durante la presidenza di Bolsonaro in Brasile.
È essenziale notare come, anche solo guardando a questa piccola tessera del più imponente mosaico antropocenico globale, sia davvero difficile individuare il “bene” e il “male”, chi sono i colpevoli, quali le politiche da foraggiare e quelle invece da combattere. Dimostrando così la complessità e la sfuggevolezza dell’iperoggetto in questione.
In questi mesi Survival (il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni) ha lanciato una campagna denominata "La Grande Bugia Verde", nella quale si denuncia la mala fede di un progetto interessato, apparentemente, alla tutela del territorio. «Al prossimo vertice della Convenzione sulla diversità biologica (Convention on Biological Diversity), i leader mondiali prevedono di accordarsi per trasformare il 30% della Terra in “Aree Protette” entro il 2030». Secondo Survival questo comporterebbe l’espulsione da queste aree delle popolazioni indigene, ovvero, «i migliori custodi del mondo naturale e una parte essenziale della diversità umana». Sembra incredibile, eppure non è sicuramente la prima volta in cui una proposta, all’apparenza positiva e benefica per tutti, si rivela essere l’ennesima truffa ai danni dei più, per legittimare uno sfruttamento ulteriore dei territori e delle risorse.

Il problema, presumibilmente, come in molte altre situazioni critiche come questa, si trova a monte, ed è a monte che bisognerebbe forse guardare, evitando moralismi sterili.
Quando si dice «bisogna cambiare mentalità», cosa s’intende e cosa in realtà dovremmo o potremmo provare a intendere?

Negli ultimi anni, durante i quali la crisi climatica è emersa in modo sempre più aggressivo, palesandosi come una catastrofe, un problema ingombrante e probabilmente irriducibile, si è sviluppato d’altra parte un interessante dibattito culturale intorno al tema dell’ormai rinomato Antropocene e dei diversi modi tramite i quali potremmo attraversare quest’era geologica così complessa: Donna Haraway, Vinciane Despret, Bruno Latour, Eduardo Viveiros De Castro, Alfred Gell, Roy Wagner, Anna Lowenhaupt Tsing sono solo alcuni degli intellettuali di tutto il mondo che hanno cercato di sviluppare dei discorsi alternativi, in grado di modificare i paradigmi della tradizione occidentale, generando una modalità di pensiero che sia ontologicamente diversa e improntata verso una relazionalità più consapevole che vada oltre l’umano.

«L’antropologia è pronta ad assumere integralmente la propria nuova missione: quella di essere la teoria-pratica della decolonizzazione permanente del pensiero» scriveva Eduardo Viveiros De Castro nel suo Metafisiche cannibali (pubblicato per la prima volta nel 2009 e arrivato in Italia, per Ombre Corte, soltanto nel 2020). E infatti, così come nella prima parte del Novecento, l’antropologia ha partecipato in maniera decisiva ai grandi cambiamenti sociali e culturali atti a rivalutare le diversità, cambiando oggettivamente il nostro mondo e il nostro modo di vivere e di pensare; anche in questo caso, come già preannunciava Viveiros De Castro, la disciplina antropologica, e gli studi etnografici di cui si serve, si ergono a strumento d’analisi per eccellenza; proponendo idee che, seppur criticabili, stanno agendo sul modo stesso di concepire i pensieri. E persino di sognare…

La cosiddetta svolta ontologica ha dato vita a una serie di idee e di movimenti culturali che s’intrecciano con i lavori e le ricerche degli autori già citati e di altri, e che ci impongono di ragionare in termini profondamente radicali, rispetto al passato, sul ruolo dell’umano nel mondo e sulla presenza e sull’agentività degli altri esseri viventi che sono in relazione con noi; tentando di distruggere finalmente l’idea di una Natura separata e distante dall’umano, rappresentato virtualmente dalla Cultura e dalla capacità di sviluppare linguaggi simbolici complessi e strutture culturali astratte.

In questo variegato insieme di idee, teorie e suggestioni (che ho in parte riassunto qui), molto interessanti e, da un certo punto di vista: decisive, nel discorso più generale rispetto alla crisi ecologica, si fa spazio un libro davvero unico, diventato in pochi anni un testo di riferimento centrale nel dibattito, e arrivato quest’anno in Italia per nottetempo nella pregevole collana Terra: Come pensano le foreste di Eduardo Kohn, «il più radicale rovesciamento della tradizione cartesiana che sia mai stato tentato», nelle parole del prefatore dell’edizione italiana: Emanuele Coccia.
«Nessun altro libro, in effetti, aveva cercato di formulare e risolvere in maniera altrettanto esplicita e diretta la questione del pensiero dei viventi» continua Coccia nelle pagine di una prefazione che non ha solo una funzione contestualizzante ma che si pone di fronte al lettore come l’inizio di un dialogo; che si chiude – e si riapre in un invito – alla fine del libro, nei ringraziamenti di Eduardo Kohn.
L’edizione italiana, in effetti, benché tardiva (visto che il testo in lingua inglese era già disponibile dal 2013, a riprova della disattenzione tipica dell’editoria italiana [1]), ci propone anche una illuminante conversazione tra Eduardo Kohn e Manari Ushigua, attivista e leader della tribù amazzonica dei Sápara: «questo interscambio di idee» inizia Kohn «è una forma di guarigione reciproca (pariyumanda ambinakuna). È la medicina che ci offriamo reciprocamente, perché tramite il dialogo ci orientiamo a vicenda».

In questa lunga conversazione, i temi del libro sono semplicemente accennati e contemporaneamente si espandono, suggerendo ulteriori diramazioni – poiché il dialogo è successivo alla prima pubblicazione del libro e ci racconta anche, in un certo senso, in modo assolutamente trasversale, ciò che questo testo è riuscito a generare nel tempo. Alcune idee che vengono nominate in questo colloquio non appaiono nelle successive pagine del libro, poiché ne sono idealmente una prosecuzione, oltre a costituire un ponte tra due diverse culture e le loro relative ontologie, e in qualche modo sono anche precisazioni ulteriori, a posteriori, che ampliano il senso stesso e il potere rivoluzionario di questo libro.
Kohn e Ushigua intrecciano considerazioni molto concrete, come il discorso sulla dichiarazione Kawsak Sacha [Foresta Vivente] che propone un riconoscimento giuridico di rivendicazione del diritto territoriale sulle aree naturali per tutti i popoli indigeni del mondo [2], a concetti altamente filosofici e, potremmo dire, “spirituali”.

«Con tutto quello che sta succedendo al nostro pianeta dobbiamo ricordare nuovamente come vivere a partire dal mondo spirituale» dice Manari Ushigua, e ci conduce alla scoperta del sumak kawsay, ovvero «un concetto che proviene dal mondo spirituale e ci segnala l’importanza di essere in equilibrio con il mondo della foresta», tramite una splendida armonia che Kohn individua nell’«ecologia dei sé» consapevole e integrata, verso la quale tenta di indurci ogni preziosa parola di Come pensano le foreste.

«Questo libro segnala un cambiamento nel modo di lavorare e di conversare, e anche nel modo di studiare. Possiamo dire che iniziamo a toccare un futuro. E questo futuro è già qui. I cambiamenti climatici ci spingono a iniziare a vivere questo futuro ora» incalza ulteriormente Ushigua.
In questo senso mi ha colpito molto anche lo strillo riportato in copertina nell’edizione italiana, nel quale Donna Haraway scrive che questo libro ha trasformato i suoi sogni. I suoi sogni. Onestamente, non avrei saputo dirlo meglio: questo testo è uno strumento fondamentale per iniziare a sviluppare un modo di ragionare ormai decolonizzato, oltreumano e teriantropico, per approcciare i problemi del nostro tempo alla radice, cambiando punto di vista e prospettive, e imparando a smettere di pensare, a «sognare bene», lasciandoci attraversare dai pensieri della foresta fino a metamorfosare, persino i nostri sogni.

Foresta pluviale, Colombia, 2020

Foresta pluviale, Colombia, 2020 | Alessio Spinaci / Flickr
 

Vivere oltreumano

La complessità di Come pensano le foreste è irriducibile in queste poche pagine, così come il fenomeno stesso al quale si rivolge: desidera cambiare il modo in cui pensiamo, sogniamo, e concepiremo il futuro. Non so se ci riuscirà, se ispirerà altri e tutti insieme riusciranno – e riusciremo – a frenare quello che ho provato ad accennare come il problema principale dei nostri tempi: un mostruoso iperoggetto che chiamiamo cambiamento climatico. Onestamente, non credo. E non credo nemmeno che sia questa la prospettiva da adottare per approcciarsi all’antropologia oltre l’umano proposta da Eduardo Kohn. Non è una soluzione al problema, come la dieta del lunedì.

«Perché chiedere all’antropologia di guardare oltre l’umano?» Si chiede lo stesso Kohn, «e perché guardare agli animali per farlo?», o le piante, come Stefano Mancuso e lo stesso Emanuele Coccia; o semplicemente gli oggetti, come suggerisce Graham Harman con la sua OOO, l’Ontologia Orientata agli Oggetti che tanti stanno esplorando come strumento d’analisi. Bisogna farlo poiché un’antropologia, e più in generale, un pensiero di questo tipo «può raccontarci come ciò che giace “oltre” l’umano ci sostenga e ci renda gli esseri che siamo e quelli che potremmo diventare».

Leggendo Eduardo Kohn con mente aperta e con l’umiltà di lasciarsi attraversare, è forse possibile anche lasciarsi cambiare, trasformare i nostri sogni, ritrovarci dentro una foresta e cominciare a cogliere i segni degli alberi, i loro linguaggi, le tracce degli animali che ci parlano, il verso di un lupo in lontananza che ci consente di prevedere, di immaginare un futuro possibile.
«È prestando particolare attenzione ai numerosi generi di altri, che sono reali e che popolano questa foresta pensante – gli animali, i morti, gli spiriti – che quest’antropologia oltre l’umano può imparare a pensare il futuro vivente», e questo futuro è la vita che parla attraverso di noi, è il modo che abbiamo di relazionarci con l’Altro; ed è anche la morte, «le numerose morti che rendono questo futuro possibile». E la morte è un altro tramite per attraversare i regni e le prospettive degli esseri viventi, poiché la morte è parte della vita, humus primigenio dell’ecologia dei sé.

Come pensano le foreste è un tentativo e una proposta: un tentativo di dimostrare che le foreste – o più precisamente: gli ecosistemi (e ogni essere vivente che ne fa parte, in un complesso sistema di relazioni chiamato, appunto, «ecologia dei sé») – pensano, nel vero senso della parola; e come questo avviene.
La proposta, invece, è quella di entrare profondamente in relazione – onirica e psichedelica – con questo assunto, come fanno i Runa, in un delicato equilibrio armonico con la foresta – il sumak kawsay –, lasciandosi attraversare dai suoi pensieri, per poterli ascoltare come le parole dei saggi e dei filosofi antichi.

Cercando delle strade per aprire il nostro pensare ai pensieri viventi, ai sé e alle anime, ai numerosi spiriti della foresta e persino al Leone in quanto concetto e genere, ho provato a dire qualcosa di concreto su qualcosa di generale. Ho cercato di dire qualcosa riguardo a un generale che si fa sentire “qui” in noi, mentre allo stesso tempo si estende oltre noi, “laggiù”. Aprire in questo modo il nostro pensiero ci permette di realizzare un Noi più grande – un Noi che può prosperare non solo nelle nostre vite, ma nelle vite di coloro che vivranno oltre noi. Questo sarà il nostro regalo, seppur modesto, al futuro vivente. 

Rio delle Amazzoni, 2018.

Rio delle Amazzoni, 2018. | Rômulo Ferreira / Flickr

L’enigma della Sfinge

Tutti noi conosciamo l’enigma della sfinge: «τί στιν μίαν χον φωνν τετράπουν κα δίπουν κα τρίπουν γίνεται», le versioni che ci sono arrivate, e le altrettante traduzioni, sono anche molto diverse tra loro ma fondamentalmente il fulcro del primo indovinello della storia dell’umanità dovrebbe essere (per come lo riporta Kohn):

«Chi è (quell’essere) che al mattino cammina a quattro zampe, a due zampe nel pomeriggio e a tre zampe la sera?».

La risposta, come ben sappiamo, è «l’uomo».
O quantomeno questa è la risposta che causa il suicidio della Sfinge e salva la vita di Edipo.
Tuttavia, rimane qualcosa di non detto, di non pensato. Il mito della Sfinge ci spinge ancora ad altre e nuove domande. «L’uomo» non è una risposta sufficiente e definitiva, «è una risposta che, alla luce della domanda della Sfinge, ci spinge a chiederci: cosa siamo?», siamo il nostro retaggio quadrupede oppure ci rappresenta maggiormente la nostra capacità di fabbricare strumenti e tecnologie in grado di evolvere la nostra forma acquisita di animali bipedi? O tutt’e tre le cose insieme? E allora non sarebbe forse il caso di prendere sempre in considerazione ognuna di queste caratteristiche della nostra specie?

«Questo libro è un tentativo di meditare sull’enigma della Sfinge attraverso un approccio etnografico a una serie di incontri amazzonici altro-che-umani», un modo per cambiare sguardo, che nasca da esempi minuscoli, episodi che possono illuminare il buio e generare altre ombre, nuove domande.

Come pensano le foreste è il frutto maturo di un’esperienza etnografica durata quattro anni (e proseguita in successive spedizioni periodiche) presso la tribù dei Runa di Ávila, in Ecuador, eppure ci vengono raccontati nel libro pochissimi episodi, reiterati e rianalizzati, sottolineando e focalizzando l’attenzione, di volta in volta, su un nuovo dettaglio per indicare percorsi inusitati che servono, tuttavia, proprio a meditare in linea più generale sul modo di vivere e di sentire e di comunicare di qualsiasi essere vivente.
«Come pensano le foreste sviluppa un metodo per plasmare nuovi strumenti concettuali a partire dalle proprietà inattese di quel mondo oltre l’umano che l’etnografia permette di scoprire». Se effettivamente il prospettivismo di Viveiros De Castro o l’animismo di Descola sono criticabili in quanto espressioni di specifiche culture – benché distanti da quella occidentale e utili per metterla in discussione e riflettere sull’alternativa – quello che tenta di fare Eduardo Kohn è oltrepassare il varco della cultura e immettersi in modo radicale e definitivo sul sentiero che conduce al selvaggio, a ciò che si trova oltre l’umano.

Dualismo radicale

Il panico ci dà un’idea della sensazione prodotta dal dualismo radicale e del perché per noi umani questo dualismo sembra così convincente. Identificare gli effetti insostenibili del panico costituisce in sé una critica viscerale del dualismo e dello scetticismo che così spesso lo accompagna. Nella sua dissoluzione possiamo anche cogliere come la particolare propensione umana al dualismo venga dissolta in qualcos’altro. Si potrebbe dire che il dualismo, ovunque lo si trovi, è un modo di vedere la novità emergente come recisa da ciò da cui è emersa. (Eduardo Kohn)

Uno degli esempi sui quali ragiona Eduardo Kohn in questo libro lo vede direttamente protagonista: bloccato dentro un pullman – da una parte dalle frane, e dall’altra dal traffico –, scopre di essere l’unico passeggero preoccupato, che si porta sulle spalle il timore di tutti i “se” che una situazione del genere produce rispetto alla sua costruzione ontologica del mondo. Si rivela qui l’incapacità di gestire l’imprevisto e di concepire l’emersione dell’inatteso.
Il giorno successivo, sarà l’avvistamento di un uccello, una tanagra, nel momento in cui Kohn mette a fuoco il suo binocolo, a farlo tornare in sé, disciogliendo il panico e il dualismo radicale dal quale secondo lui proviene questa sensazione di scollamento, di ansia verso l’inconosciuto. Permettendogli, così, di riposizionarsi «in un mondo che si estende “oltre” l’umano».

Questo racconto ci ricorda in qualche modo l’illuminazione buddista, la dissoluzione dell’ego; a qualcuno potrebbe suonare come il culmine di quei percorsi mistici, nutriti da conoscenze esoteriche, per raggiungere l’estasi suprema del divino, le cosiddette esperienze sciamaniche, che vanno tanto di moda.
E in un certo senso è esattamente così: quello che vuole dirci Kohn è che c’è un pensiero negli altri esseri viventi, anzi: nella relazionalità tra gli esseri viventi, che può essere ascoltato e può attraversarci, persino parlare attraverso di noi. Tuttavia, nonostante si rivolga e attinga dal mondo spirituale, come ci suggeriva Manari Ushigua, la caratteristica davvero straordinaria di questo libro è che comunque mantiene un grado altissimo di scientificità, e un rigore filosofico ed etnografico davvero raro in testi così estremi.

«La critica all’espressione apparentemente “misticheggiante” rischia di essere pericolosa e potrebbe essere in realtà rovesciata», ha voluto precisare Emanuele Coccia quando gli ho esplicitamente chiesto cosa ne pensasse, «parlare del pensiero dei viventi non umani è ormai un discorso scientifico». E non solo: ponendo Come pensano le foreste vicino a Oltre natura e cultura (Raffaello Cortina, 2021) di Philippe Descola, come uno dei grandi classici dell’antropologia del nostro tempo, Coccia esplicita la sua preoccupazione più grande: «al di là dalla difficoltà di rispondere all’obiezione (cosa sarebbe scienza?) la questione è grave, perché l’ecologia, come dico anche nell’introduzione, si nutre oggi molto di più di cultura e argomenti antropologici che di altro. Dobbiamo arrivare a pensare la diversità di natura come pensavamo e pensiamo la diversità di cultura. Per questo l’ecologia a mio avviso deve diventare un’antropologia del non-umano, e per questo il libro di Eduardo Kohn non solo è assolutamente scientifico, ma indica la via, rispetto a chi continua a pensare gli altri viventi come nel passato si pensavano gli esseri umani appartenenti ad altre “razze”, gli schiavi, eccetera». 

Quanto cerca di esprimere Kohn nella prima parte del libro, difatti, è che esiste un linguaggio che prescinde dal linguaggio simbolico (che è appannaggio quasi esclusivo degli esseri umani, considerato erroneamente «ciò che ci rende esseri speciali»). E lo fa prendendo in prestito i concetti di uno dei padri della semiotica, Charles Sanders Peirce, per analizzare i dati etnografici.

Uno dei primissimi esempi in questo senso è la parola kichwa (la lingua parlata dai Runa) tsupu (che «si riferisce a un’entità che entra in contatto e poi penetra in una massa d’acqua», e il cui significato – in maniera altamente onomatopeica e intuitiva – viene subito compreso e sentito anche da chi non ne conosce il significato letterale). Tsupu sarebbe, nelle parole di Peirce riprese da Kohn: «tutto ciò che è positivamente, in se stess[o], indipendentemente da tutto il resto». In pratica, riportando il linguaggio alla sua origine e individuando nella lingua kichwa un fruttifero oggetto di studio antropologico, Eduardo Kohn punta a dimostrare filosoficamente che «Il simbolico è [solo] un modo particolare e specificamente umano di sentire un’immagine», tuttavia niente che abbia a che vedere con il pensare, «ogni pensiero inizia e finisce con un’immagine. Tutti i pensieri sono un tutto, per quanto lunghi siano i cammini che li guidano fin lì».
In questo (e lo si può notare anche dall’uso peculiare delle fotografie contenute all’interno del libro: parte essenziale ed evocativa del testo) Eduardo Kohn si allontana, pur elogiandone i meriti e omaggiandoli, e ringraziandoli ripetutamente, sia dalle teorie di Bruno Latour, che da quelle di Donna Haraway, e pure da certe idee di Viveiros De Castro, poiché anch’essi «prendono le mosse dagli assunti sulla relazionalità derivanti dalle particolari proprietà relazionali che troviamo nel linguaggio umano».
L’antropologia oltre l’umano che propone Eduardo Kohn, cerca di «provincializzare il linguaggio», ovvero oltrepassare il linguaggio simbolico tipico dell’essere umano, per «ripensare la relazionalità vedendola come semiotica, ma non sempre e necessariamente affine al linguaggio [languagelike]» piuttosto a un pensiero che sia slegato, tanto dal dualismo, quanto dall’esclusivo significato metaforico degli accadimenti o dei segni nei quali ci imbattiamo, così da poter prendere in considerazione anche i mondi ontologici invisibili o semplicemente separati dal sentire umano, troppo legato, forse, appunto, al linguaggio simbolico.

Una scienza psichedelica

«I pensieri di questo libro non sono miei; appartengono alla foresta. Io non sono che un canale attraverso cui questi pensieri, a volte, hanno pensato se stessi attraverso di me».

Questa meravigliosa dichiarazione che chiude l’edizione italiana di Come pensano le foreste sembrerebbe una dedica, intrisa di lirismo, alla foresta come entità astratta (d’altronde l’esergo del primo capitolo cita uno dei versi più conosciuti della Commedia dantesca, come a voler indicare un certo intento poetico). A ben guardare, dopo aver letto il libro di Kohn questa espressione, che suona quasi rimbaudiana, inizierà ad acquistare sempre più senso, divenendo un’istanza concreta e reale, e addirittura scientificamente valida, «e lo è perché il pensiero non è un fatto nervoso ma una proprietà del vivente, di qualsiasi vivente, le cui basi non possono essere definite da un’unica configurazione anatomica», ha chiarificato Emanuele Coccia durante la lunga conversazione che abbiamo avuto.
Non siamo noi a pensare, sono i pensieri (della foresta) ad attraversarci e a pensare attraverso di noi. «Ridurre il pensiero alla coscienza è mistica, ed è una mistica molto rozza, che è stata criticata persino dalla filosofia (in fondo è quello che aveva insegnato Derrida): è l’idea che il pensiero sia “la presenza a sé” di un soggetto capace di riconoscersi. Se fosse così l’umanità stessa penserebbe raramente, a intervalli molto rari», ha ribattuto sempre Emanuele Coccia con tenacia e anche con un certo fervore.

In questo senso è davvero geniale l’espressione coniata nel libro: «scienza psichedelica» per definire quella che Eduardo Kohn propone come antropologia oltre l’umano.

L’etimologia greca del termine (psyché: “soffio, respiro, spirito, mente”, e deluon: “manifestare”) mette in luce il modo in cui l’insieme ecologico degli esseri viventi (kawsak) e pensanti (yuyayuk) che compongono la foresta (sacha) manifesta o ci apre (paskarina) a una sorta di mente emergente. Questa mente, in termini amazzonici, può essere compresa in quanto spirito (amu, tsawanu, yuyay) e, in termini sciamanici, ci si connette a essa attraverso il soffio (samay).

Perché, quindi, definire l’antropologia oltre l’umano come una scienza psichedelica?

Vi è innanzitutto una corrispondenza etnografica: la tribù dei Runa fa uso di misture allucinogene, come l’aya wasca, per connettersi al mondo invisibile, al regno dei morti, e per comunicare con, e tramutarsi in, altri animali. Durante questi veri e propri viaggi le piante svolgono il ruolo dello psicopompo, della guida per la transizione e la metamorfosi. E questo avviene sia per gli esseri umani che per alcuni animali, come i cani di Ávila. Tra i Runa, i cani vivono liberi insieme con la tribù, in un rapporto molto stretto di vicinanza agli esseri umani. In particolari occasioni vengono somministrati loro degli allucinogeni che gli permettano di comprendere alcune particolari forme di linguaggio umane e così di modificare i loro comportamenti. Diventano sciamani essi stessi, e possono finalmente muoversi da un mondo (quello dei cani) a un altro mondo (intermedio, spirituale) dove umani e cani possono comprendersi pienamente.

Inoltre, il termine “psichedelico” ci riporta proprio alla qualità spirituale di questo modello di antropologia: «Pensare in modo psichedelico ci apre ai pensieri psichedelici che emergono nel mondo vivente. Ciò ci consente di scoprire l’io più grande da cui nasciamo, quell’io che sorge quando lasciamo morire il piccolo io individuale e umano». Una dissoluzione dell’ego che possa permetterci di percepire che siamo parte di un Tutto più grande: vogliamo dire Anima mundi? Va bene. Purché non si confonda la ricerca etnografica rigorosissima di Eduardo Kohn con l’uso scriteriato che è stato fatto di certi concetti dalla cultura New Age, ovvero quella «mistica molto rozza» di cui ci ricordava Coccia.

«È verso quest’io emergente che dobbiamo tornare a orientarci» scrive Kohn. E parla di un io che anche la scienza infine comincia a prendere in considerazione seriamente. Persino Coccia mi ha ricordato che «la fisica contemporanea pensa la materia nelle stesse forme di contingenza che sono proprie al pensiero (e quindi pensa di fatto estensione e pensiero secondo forme isomorfe)». Basterebbe quindi studiare le basi della fisica quantistica, o banalmente leggere un qualsiasi libro di Carlo Rovelli per renderci conto che siamo ormai disposti a prendere in considerazione l’idea che «possiamo pensare oltre l’umano proprio perché il pensiero si estende oltre l’umano», attraverso i materiali, gli oggetti e ogni altro essere vivente che entri in relazione con noi – o meno.

 

L’ecologia dei sé – Metamorfosi e cecità

Uno dei concetti più cari al prospettivismo è quello della metamorfosi (da cui il titolo dell’antologia Metamorfosi. La svolta ontologica in antropologia a cura di Roberto Brigati e Valentina Gamberi, pubblicata da Quodlibet, che rimane, al momento, il volume più completo sull’argomento disponibile in italiano).
Eduardo Viveiros De Castro descrive la metamorfosi come «una modalità di conoscenza», «che non spiega e non rassicura, ma mette in questione la nostra capacità di essere al mondo». Baptiste Morizot, in Sulla pista animale, scrive che «la metamorfosi animale equivale a prendere in prestito la prospettiva che un altro corpo ha sul mondo che lo circonda». Eduardo Kohn cerca di fare chiarezza e riporta il concetto in termini semiotici: «Puma è una categoria relazionale»; ed etnografici: quando racconta di come, per dormire nella foresta, gli fosse stato consigliato di stare sempre a faccia in su, per evitare che un puma potesse pensare a lui come a una cosa – una preda e non un essere paritario – non vedendo il suo sguardo ricambiato. «Il fatto che possiamo diventare puma restituendo lo sguardo a un puma è un modo per dire che siamo entrambi un genere di io – che siamo entrambi delle persone».

Il prospettivismo è senza dubbio un orientamento estetico storicamente contingente – che in questo senso, e con buona pace di Viveiros de Castro, potremmo descrivere come “culturale”. Ma è anche un effetto ecologicamente contingente che amplifica la necessità di comprendere i sé semiotici, in modo da riconoscere sia la continuità che hanno con noi sia le differenze che ci separano. Il prospettivismo emerge dalle interazioni quotidiane con gli esseri della foresta ed è una risposta alle sfide poste dal districarsi in un’ecologia dei sé dove le trame relazionali si estendono ben oltre l’umano. (Eduardo Kohn)

La metamorfosi sarebbe quindi la relazione stessa. Ricambiare lo sguardo del puma significa esattamente divenire puma. Attenzione, però, «la comunicazione trans-specie è un affare pericoloso»: da un lato bisogna evitare la completa trasmutazione, dimenticando di essere uomini e donne; dall’altro lato abbiamo, invece, il rischio di quella che Kohn e i Runa chiamano «cecità dell’anima», «il rovescio solipsistico di questa trasmutazione».

Vi sarebbe perciò una sottile linea, uno spazio di confine, una frontiera nella quale può avvenire la metamorfosi. «La cecità dell’anima e il divenire un-altro-con-un-altro sono gli opposti estremi di un continuum che abbraccia l’intera gamma dei modi di abitare un’ecologia di sé», ovvero, un ambiente relazionale dove gli esseri comunicano costantemente tra loro in diversi modi e insieme si lasciano attraversare dall’ininterrotto pensare della foresta.

In pratica la metamorfosi sarebbe questo, niente di estremamente spirituale o mistico, “solo”: abitare l’ecologia dei sé. Il problema è che presuppone un cambiamento radicale e prima di tutto ontologico del modo che abbiamo di pensare e di vivere il mondo.
Andando verso una sana ecologia dei sé scopriremmo che è sempre tesa a mantenere l’equilibrio armonico di cui avremmo tanto bisogno attualmente: «la sfida è trovare quei mezzi semiotici che sostengono questa tensione in maniera produttiva, senza lasciarsi trascinare in nessuno dei due estremi», mantenendo ciò che Manari Ushigua suggeriva con il nome di sumak kawsay.

Forest

Forest | in hiatus / Flickr

Il sogno, la via maestra

Tim Ingold, un altro dei grandi antropologi della svolta ontologica, scrive chiaramente che «la metamorfosi può non verificarsi nella normale vita di veglia, ma certamente si verifica nei sogni», trovandosi in totale accordo con il pensiero di Eduardo Kohn e della tribù dei Runa. Già nell’antologia Metamorfosi, che citavo poc’anzi, appare un testo di Eduardo Kohn intitolato «Come sognano i cani: le nature amazzoniche e la politica dell’interazione tra specie», scelto non a caso, nel quale vengono raccontati alcuni episodi onirici e psichedelici che ritroviamo in Come pensano le foreste.
Per i Runa i sogni hanno un’importanza fondamentale e il modo in cui vengono interpretati è molto complesso e dipende da chi sta sognando. I Runa interpretano addirittura i sogni dei loro cani ascoltando i versi che questi fanno durante il sonno.

Proviamo a chiarire il concetto, seppur pieno di apparenti contraddizioni e disposto su un piano che non sembrerà né razionale né logico. Almeno a una mente occidentale.

Secondo i Runa «i sogni sono il prodotto delle deambulazioni dell’anima. Durante il sonno, l’anima si separa dal corpo, il suo “proprietario”, e interagisce con le anime degli altri esseri», tuttavia questo non avviene in un altro mondo spirituale o immaginale, separato dal mondo terreno, un universo metaforico che ci racconta il nostro vissuto inconscio: «i sogni non sono dei commenti sul mondo; accadono in esso», sono degli avvenimenti reali che hanno luogo in assenza di corpi. «Poiché sognare, in quanto modo di comunicazione, permette a esseri radicalmente diversi di entrare in contatto attraverso le anime».

Il mondo onirico e l’altrove cui si può accedere tramite un’esperienza psichedelica hanno dei punti in comune che sono molto interessanti in questo discorso. Ed è proprio in questo senso che l’antropologia oltre l’umano tenta di arrivare a considerare il sogno e l’altrove come luoghi d’eccellenza per lo studio etnografico e per il successivo ragionamento antropologico e filosofico. «Quando viene allentato il cosciente e intenzionale lavoro diurno», ovvero quando sogniamo oppure quando abbiamo un’esperienza psichedelica (intesa in senso più ampio, un’esperienza di uno “stato di coscienza alterato”), «quando non chiediamo più al pensiero un “rendimento”, ci ritroviamo ad avere a che fare con iterazioni auto-similari – la fluida modalità in cui la somiglianza si propaga attraverso di noi» e riusciamo a vedere oltre il visibile, non solo oltre l’umano, ad attingere probabilmente da questo flusso di pensieri primordiale e inestinguibile che potrebbe anche essere la vita stessa, o la cosa più vicina all’idea di dio.

Quindi sognare potrebbe essere una sorta di pensiero fuori controllo – una forma umana del pensare che va ben al di là dell’umano e che di conseguenza è centrale per un’antropologia oltre l’umano. (Eduardo Kohn)

Dopo aver scritto questo pezzo sono stato a una presentazione di Come pensano le foreste (organizzata da Stalker all’interno del progetto “Spontaneamente. Celebrare la natura selvatica in città” che si è svolto dal 30 agosto al 13 ottobre del 2021), durante la quale i traduttori, Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri (che sono anche ricercatori indipendenti di grande spessore), oltre a presentare il libro, hanno potuto raccontare anche il loro lavoro.

Eravamo immersi in un piccolo “bosco” nel cuore di Centocelle, uno dei quartieri di Roma est, con una sua storia e una sua nomea ben precisa, e con delle caratteristiche molto interessanti, dal punto di vista sociologico e culturale. Tra questi enormi alberi, querce gigantesche e antiche, vive un’anziana donna, che nella sua casa-bosco ha ospitato l’incontro, dimostrando un senso di accoglienza non comune, commovente. Nel frattempo, zampettavano tra gli astanti dei giovanissimi gatti, e verso la fine è apparso anche un irresistibile cucciolo di cane. Oltre a diversi umani che andavano e venivano incessantemente, come fossero di casa.
Tutto ciò sembrerebbe niente o poco più di niente, la visita turistica di alcuni uomini e donne, noi, in un contesto comunque marginalizzato e isolato dalla loro quotidianità. Potrebbe essere quasi considerato in forma negativa: l’appropriazione indebita di un ambiente, dovuta perlopiù al senso dell’esotico che un luogo del genere può provocare. Eppure, tornando all’inizio di questo lungo discorso, per qualcuno di noi quel momento potrebbe essere stato rivelatorio, psichedelico, qualcuno potrebbe aver sentito la potenza di questo enorme albero che ci sovrastava, proteggendoci, addobbato da icone sacre e oggetti di vario tipo – tra i quali uno specchio, posto a quattro o cinque metri d’altezza –, che avrebbero potuto dare a qualcuno di noi l’impressione o l’idea stessa della relazione instauratasi tra la quercia e la donna che vi abita insieme. Vedere tutto ciò potrebbe averlo cambiato, questo qualcuno.
E allora è così che si esplica il potere di un libro del genere, la forza sconvolgente del pensiero delle foreste. Chi conosce già la sensazione di riconoscere un albero, un animale o un bosco, capirà subito cosa intendo dire. Ecco, quello che ho capito in quell’angolo magico di una delle più trafficate città d’Europa, è che questo libro ci permette di accorgerci che gli ecosistemi pensano davvero attraverso di noi; e riconoscendo psichedelicamente le loro istanze, potrebbe consentirci di ascoltare il pensiero della Natura, del mondo, e cogliere l’urgenza di cambiare, di re-imparare ad abitare le foreste e ad abitare noi stessi.

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Note

[1] «Purtroppo, l'assenza di una vera tradizione antropologica rende la grande letteratura antropologica del tutto invisibile in Italia. D’altra parte, le nuove collane dedicate all'ecologia traducono molto poco. E il grande pubblico rischia di prendere libri molto parziali e molto ideologici interni al dibattito biologico come dei veri manuali sullo stato dell’arte della disciplina» ha giustamente notato Emanuele Coccia, quando abbiamo parlato, tra le altre cose, dell’opera di Peter Godfrey-Smith, considerato in Italia tra i massimi esponenti dei cosiddetti animal studies, «il libro di Peter Godfrey-Smith è molto meno scientifico di quello di Eduardo Kohn, visto che l'autore non è uno scienziato ma un lettore curioso che legge solo certi paper e fa finta che non ne esistano altri», ha commentato criticamente, e forse anche un po’ provocatoriamente, Emanuele Coccia.

[2] A proposito delle questioni giuridiche che riguardano la foresta amazzonica e i popoli indigeni che la abitano consigliamo la lettura di Forest Law/Foresta giuridica (nottetempo, 2020) di Paulo Tavares e Ursula Biemann.

Hai letto:  Foreste psichedeliche
Sud America - 2021
Pensiero
Andrea Cafarella

collabora abitualmente con «Cattedrale», «Altri Animali», «L’Indiscreto», «Kobo», «Singola» e «Stanza 251» dove scrive critica letteraria e filosofia. Un suo testo è entrato a far parte della raccolta Piccola Antologia della peste (Ronzani, 2020), curata da Francesco Permunian, con illustrazioni di Roberto Abbiati. Ha curato l’introduzione a Controcielo di René Daumal (Edizioni Tlon, 2020). Il suo ultimo lavoro è il saggio Il simbolo tace. Il dio fanciullo e l’accordo supremo (DITO publishing, 2021).

Pubblicato:
09-12-2021
Ultima modifica:
09-12-2021
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