Il dono silenzioso - Singola | Storie di scenari e orizzonti
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Observer | Copyright: Hartwig HKD / Flickr

Il dono silenzioso

Dal passato all'era social, storia di una forma di ricchezza che si va sfaldando: potersi concentrare.

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Adriano Ercolani

(1979) Si occupa da oltre vent'anni dei rapporti tra cultura occidentale e orientale, esplorandone le diverse manifestazioni artistiche. Tra i fondatori deI movimento internazionale Inner Peace, collabora al progetto filosofico Tlon e pubblica regolarmente interventi e approfondimenti su numerose testate (tra cui Linus, Blog del Fatto Quotidiano, minima& moralia).

Tutte le tradizionali forme di sapienza, anche quelle all’origine della filosofia occidentale, insistono sul valore prezioso della nostra attenzione.

Eppure, mai come nell’ultimo secolo, complice una gestione dissennata dell’accelerazione tecnologica, abbiamo assistito a una progressiva frammentazione e a un innegabile impoverimento di questo cruciale processo cognitivo, che è alla base dell’apprendimento e della nostra relazione con il mondo esterno.

Saltiamo preamboli superflui: che l’utilizzo a livello di massa degli smartphone (e di precisi algoritmi nella struttura dei social network che invitano allo scrolling e al refresh selvaggio)  sia stato causa della diffusione esponenziale dei cosiddetti disturbi da deficit di attenzione e iperattività, soprattutto in età infantile, è, ormai, fuori discussione.

Lo psicologo Mark Griffiths, specializzato nel campo delle dipendenze e direttore dell’unità di ricerca della Trent University di Nottingham sul gioco d’azzardo, ha proposto con amara ironia, come unica soluzione alla dipendenza da smartphone degli adolescenti, di utilizzare la chirurgia.

Lo smartphone sembra essere un perfetto dispositivo di massa, nell’accezione conferita al termine da Michel Foucault.

Ovvero, nell’interpretazione data da Giorgio Agamben del concetto foucaultiano: “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi.”.

Ora, dopo un anno di forzato isolamento e distanziamento sociale imposto dalla crisi pandemica, la situazione è senza dubbio peggiorata.

Gli effetti del cosiddetto smart working cominciano a farsi sentire anche sulle persone adulte.

Nicola Zamperini, uno dei punti di riferimento più affidabili nello studio del mondo digitale e dei suoi effetti su quello “reale” (già in passato abbiamo parlato del suo Manuale di disobbedienza digitale), lo ha intuito e spiegato quasi subito, pubblicando il libro Lavorare (da casa) stanca: RischI e opportunità dello smart working (Castelvecchi) già nel settembre del 2020.

Il libro parte da un semplice assunto:“una delle criticità del lavoro da remoto sta nel collasso dei contesti fisici e digitali, nell’assalto continuo alla nostra capacità di attenzione e di concentrazione.”.

La situazione descritta da Zamperini è drammatica quanto realistica, probabilmente molti dei lettori ne avranno fatto esperienza nei mesi precedenti: durante il lavoro da casa “I nostri browser sono attivi, i servizi di posta idem e quindi continuano ad arrivare mail, riceviamo notifiche dai sistemi di messaggistica come WhatsApp e Telegram, i siti di notizie si aggiornano, alcune applicazioni ricordano scadenze, impegni. L’ecosistema digitale si definisce anche come ecosistema di tecnologie dell’interruzione, che mira alla nostra attenzione come obiettivo primario.  Quindi mantenere la concentrazione su quello che sta facendo costituisce il primo gravoso ed evidente impegno digitale di un qualunque lavoratore da remoto all’interno di uno dei tre ecosistemi in cui si trova. A questo continuo assalto alla nostra facoltà di concentrarsi, si aggiungono altre ed esterne distrazioni che arrivano dall’ambiente fisico: la sirena di un’ambulanza, un clacson, il richiamo di un familiare...”.

Pensiamo a quella che ormai è diventata una vera e propria piaga sociale: il rigetto collettivo dell’ennesima riunione che ci aspetta su Zoom.

Sempre Zamperini, nel testo citato, offre riflessioni utili: “Non sappiamo se l’hardware di Zoom muterà le nostre scrivanie, aggiungendo l’ennesimo dispositivo, l’ennesima connessione, ma di sicuro il tentativo di resistere al complesso delle distrazioni ospitate negli altri nostri device fa capire quanto le stesse techno-corporation debbano combattere i meccanismi predatori della nostra attenzione. Chiunque abbia sperimentato con continuità le videoconferenze, sa quanto possa essere devastante, in termini di concentrazione, mantenere i sistemi di messaggistica attivi durante il tempo lavorativo. E quanto possa essere fastidioso leggere negli occhi dei propri interlocutori la distrazione, la disattenzione provocata dal suono di una notifica appena ricevuta. Già appare complicato non potersi guardare negli occhi durante un confronto professionale, ma scorgere – e non è per niente difficile notarlo, basta concentrarsi sulla mobilità delle pupille – un vagolare dello sguardo, che ci fa capire che il nostro interlocutore ha subito la trappola del multitasking, è davvero irritante.”.

Tuttavia, la colpa di tutto ciò si può imputare alla deformazione del concetto stesso di attenzione nella visione del lavoro ultraliberista.

In questa visione dominante l’attenzione è “votata a”,  se non addirittura “sinonimo di”, efficacia e produttività.

Questo modo, vetusto e anacronistico, di concepire il lavoro, deriva da una visione ancora più vetusta e anacronistica dell’esistenza, secondo cui il lavoro stesso rappresenterebbe la priorità nella vita dell’essere umano, come se la vita stessa possa ridursi nel lavoro.

Da un lato, è innegabile l’interesse che molte aziende stanno dimostrando per nuovi modelli di organizzazione del lavoro: da qui l’apertura a esperienze quali la meditazione, l’attenzione alle emozioni, il riconoscimento dell’importanza del tempo libero, una più alta e consapevole riflessione sulla figura del leader (su cui segnaliamo i contributi di Danilo Simoni, fondatore di Bloom).

Purtroppo, però, queste aziende rappresentanto ancora un’eccezione nel mondo del lavoro nostrano, purtroppo è ancora legato a logiche lavorative fagoticanti che, unite con un’insormontabile divario digitale tra le diverse generazioni, hanno creato un clima esasperante per molti lavoratori durante la pandemia.

Una visione del lavoro obsoleta che non ha saputo fronteggiare (non avendone gli strumenti) una prolungata situazione di emergenza: la conseguenza è stata il picco di disordini da burn out registrati nell’ultimo anno.

Se ciò è problematico per gli adulti, la situazione si fa ancora più drammatica per i più piccoli: probabilmente, e tristemente, gli effetti psicologici della Dad (didattica a distanza) sui bambini e gli adolescenti li sconteremo fra qualche anno.

A parte le immediate constatazioni (alcuni bambini non sanno riconoscere i propri compagni di classe, avendo dovuto indossare le mascherine durante le lezioni online),  i casi divenuti virali che hanno denunciato in maniera clamorosa l’inadeguatezza di genitori e insegnanti nel gestire l’anomalia della situazione (dagli studenti bendati ai genitori che contestano i voti dei professori in diretta) e le ovvie considerazioni sulle conseguenze del forzato isolamento domestico nel fermento della giovane età (dai disturbi del sonno alla sedentarietà), la situazione è grave proprio limitando la riflessione al tema dell’attenzione. E alla sua perdita.

Una perdita d’attenzione che, ad esempio secondo lo studioso americano Harold Koplewicz, fondatore e direttore del Child Mind Institute, è collegato, nell’esperienza recente, alla “perdita della scuola, dell’esperienza sociale, dei raggiungimenti accademici, delle attività extracurriculari, della libertà”.

Più che mai nell’età dello sviluppo, l’attenzione va curata. Tenere un bambino incollato a uno schermo da mattina a sera induce a una condizione alienante, con effetti potenzialmente devastanti.
Anche in questo caso, come nel mondo del lavoro, l’istituzione scolastica, già pesantemente drammatica, appare in spaventoso ritardo: per i bambini l’attenzione è legata non solo alla produttività, ma anche all’educazione: i bambini bravi sono quelli attenti e i bambini attenti sono quelli che danno i migliori risultati scolastici.

Un assioma smentito dalle pagelle scolastiche di alcuni dei più grandi artisti e scienziati della storia recente (e che per questo viene capovolto spesso in quello eguale contrario dalla retorica “stay hungry, stay foolish”, slogan del volto più accattivante del neocapitalismo).

Ma quindi, che cos’è l’attenzione? Si può contemplarne l’importanza anche in termini non “produttivi”?

Andando a compulsare alcune delle fonti più importanti della sapienza orientale e occidentale, si scopre facilmente come l’attenzione abbia sempre avuto un ruolo determinante per i saggi di diverse epoche e latitudini.

Senza pretesa di esaurire un argomento così vasto, mi limiterò a ricordare alcune delle voci più autorevoli nelle diverse tradizioni filosofiche.

Nel testo fondativo della conoscenza yogica classica, dal punto di vista sia tecnico che teorico, lo Yoga Sutra  di Patanjali (la cui datazione oscilla tra il I A.C. e il V D.C.) leggiamo: «L’attenzione consiste nel mantenere la mente fissa su di un punto, oggetto o soggetto (...) La contemplazione è la continuità in questa attenzione (...) La meditazione è questa contemplazione quando è praticata unicamente nei confronti dell’aspetto essenziale di un soggetto od un oggetto dei sensi.».

La stabilità dell’attenzione è il fondamento della pratica meditativa, ovvero del percorso che conduce alla liberazione, lo scopo ultimo della nostra esistenza.

L’etimologia stessa del termine (“rivolgere l’anima”) rende plausibile l’utilizzo che spesso si fa dell’espressione “porre l’attenzione” da parte di alcuni maestri orientali per cui l’attenzione è una facoltà sottile del Sé, più che il prodotto di uno sforzo mentale.

In ambito occidentale cristiano, il sommo teologo Tommaso D’Aquino parla dell’attenzione come “assolutamente necessaria” alla preghiera, soprattutto nel fine ultimo di quest’ultima, ovvero la “refezione spirituale”.

Ancora una volta, l’attenzione diventa lo strumento principale per il nutrimento interiore.

Nei tempi moderni, la pensatrice che ha più posto l’attenzione sull’attenzione (scusate l’inevitabile bisticcio) è stata senza dubbio Simone Weil, soprattutto dopo la sua folgorante conversione religiosa, avvenuta a seguito di un’esperienza mistica vissuta visitando la basilica di Santa Maria degli Angeli ad Assisi.

Nell’Attesa di Dio, raccolta di riflessioni spirituali composte tra il 1941 e il 1942, si leggono alcune delle più interessanti riflessioni sul tema tra quelle proposte dalla filosofia del Novecento.

Teniamo presente che siamo sempre in ambito cristiano, benché fieramente eterodosso; infatti proprio in una lettera contenuta nel volume, Weil ribadirà il suo rifiuto al battesimo e la sua strenua volontà di mantenersi al di qua della soglia rispetto alla Chiesa Cattolica: “Tradirei la verità, cioè quell'aspetto della verità che io scorgo, se abbandonassi la posizione in cui mi trovo sin dalla nascita, cioè il punto di intersezione tra il cristianesimo e tutto ciò che è fuori di esso.”.

Ma, al di là delle adesioni religiose, la lucidità inesorabile di Weil rappresenta un nobile esempio di rigore filosofico: «Molto spesso l’attenzione viene confusa con una sorta di sforzo muscolare. Quando si dice agli allievi: “Ora state attenti”, li si vede corrugare le sopracciglia, trattenere il respiro, contrarre i muscoli. Se qualche istante dopo si domanda loro a che cosa siano stati attenti, non sono in grado di rispondere. Non hanno fatto attenzione ad alcunché. Non hanno fatto attenzione. Hanno solo contratto i muscoli. Negli studi vi è spesso dispendio di un simile sforzo muscolare. E poiché alla fine ci si sente stanchi, si ha l’impressione di aver lavorato. Ma è un’illusione. La fatica non ha alcun rapporto con il lavoro. Il lavoro è lo sforzo utile, sia o non sia faticoso. Quando si studia, uno sforzo muscolare del genere, anche se compiuto con buona intenzione, è del tutto sterile. (...) L’attenzione è uno sforzo, forse il più grande degli sforzi, ma è uno sforzo negativo. Di per sé non comporta fatica. Quando questa si fa sentire, l’attenzione non è quasi più possibile, a meno che non si sia già molto esercitati; allora è meglio lasciarsi andare, provare a rilassarsi e cominciare daccapo dopo qualche tempo. L’attenzione è distaccarsi da sé e rientrare in sé stessi, così come si inspira e si espira. (...) L’attenzione consiste nel sospendere il proprio pensiero, nel lasciarlo disponibile, vuoto e permeabile all’oggetto.».

Delle riflessioni che risultano, purtroppo, pertinenti per comprendere le conseguenze inevitabili sui ragazzi nel periodo di isolamento forzato e didattica a distanza.

Soprattutto, illuminano il significato “interiore” non “produttivo” del concetto di attenzione.

Un’altra figura che si occupata del tema dell’attenzione all’interno del “cristianesimo esoterico”, com’egli definiva il suo insegnamento, è stata quella, misteriosa quanto stimolante, di Gurdjieff.

L’attenzione è fondamentale per il “ricordo di sé”, un cosiddetto esercizio di presenza per sfuggire allo stato di “addormentamento” nel quale, secondo il “maestro di danze” armeno (come amava definirsi), siamo tutti immersi.

Come sintetizza uno dei suoi più noti allievi, il matematico J.G. Bennett, bisogna distinguere tra “attenzione involontaria” (in cui siamo preda di oggetti esterni) e “attenzione volontaria” (in cui siamo noi a prendere l’iniziativa).

Scrive Bennett: «Nel momento in cui si porta l’attenzione su una cosa, non vi é sforzo; lo sforzo sopravviene solo quando cerchiamo di mantenere l’attenzione (...) Lavorare con l’attenzione rientra nel lavorare su sé stessi . È la base su cui si fondano moltissime cose. Se non riusciamo a dire la differenza tra attenzione volontaria e involontaria, viviamo in un mondo di sogni».

In maniera non distante, Corrado Pensa (il più noto insegnante della meditazione buddhista di tipo Vipassana in Italia) distingue due tipi di attenzione, fin dal titolo di un suo libro: Attenzione saggia, attenzione non saggia.

Partendo dall’assunto che l’idea di “consapevolezza come strumento fondamentale di trasformazione e di lavoro interiore l’abbiamo anche nella tradizione occidentale”, Pensa (cognome paradossale per un noto meditante!) spiega in termini comprensibili anche per un laico del tutto scevro da interessi spirituali l’importanza della consapevolezza nella visione buddista, in tutta la sua precisione analitica. Si distinguono, infatti, nel canone buddista pali studiato dalla scuola Theravada, addirittura tre tipi: un’attenzione di tipo “funzionale” (ovvero quella necessaria per svolgere un compito o vedere un film) detta manasikāra; un’attenzione “saggia”, non giudicante, detta yoniso- manasikāra, in cui la mente giunge alla “comprensione radicale”, a una consapevolezza superiore; un’attenzione non saggia, detta ayoniso- manasikāra, in cui la nostra mente è preda casuale delle distrazioni esteriori, agenti“inquinanti” della nostra stessa attenzione.

Ecco,  traducendo in questi termini la situazione attuale, le generazioni più giovani del mondo occidentale sono state immerse in una condizione forzata di “attenzione non saggia”.

E, a quanto pare, la scienza sembra confermare le intuizioni dei meditanti orientali e dei mistici occidentali.

David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi, durante l’audizione in Commissione Igiene e Sanità del Senato, dedicata all’impatto della Dad ha dichiarato: «Diversi studi ci dicono che la scuola a distanza produce un elevato distress e disturbi del sonno. Nelle bambine produce soprattutto ansia, depressione e ritiro dalla scuola. Nei maschi rabbia, aggressività e opposizione. Un aumento dei problemi psicologici è stato rilevato, in particolare, da un’indagine italiana che ha potuto osservare gli stessi bambini ora e negli anni precedenti. E ha, così, registrato un aumento del 24% dei problemi psicologici“.

Tommaso D'Aquino

Tommaso D'Aquino

Dunque, come dicevamo, gli effetti negativi di questa esperienza li vedremo più compiutamente fra qualche anno.

E, probabilmente, l’utilizzo di pratiche come la meditazione, lungi dall’essere un passatempo per fricchettoni, potrebbe essere una delle soluzioni per riportare il livello medio di attenzione dei giovani a livelli non di guardia.

Ad esempio, pescando nell’ormai vastissima letteratura scientifica a riguardo, uno studio dell’Università di Sydney condotto dal dottor Ramesh Manocha, pubblicato su eCam, ha verificato come tra le persone che meditano abitualmente si possa verificare una forte correlazione tra la frequenza dello sperimentare il silenzio mentale, in meditazione, e una migliore salute mentale.

Scontando un gioco di parole che aleggia dall’inizio dell’articolo, dobbiamo veramente porre attenzione alle condizioni mentali delle nuove generazioni, provate da un’esperienza anomala quanto alienante.

Proprio perché, come ci ricorda la citata Simone Weil in uno dei suoi più illuminanti aforismi: “L'attenzione è la forma più rara e più pura della generosità”.

 

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#3 Attenzione!
Adriano Ercolani

(1979) Si occupa da oltre vent'anni dei rapporti tra cultura occidentale e orientale, esplorandone le diverse manifestazioni artistiche. Tra i fondatori deI movimento internazionale Inner Peace, collabora al progetto filosofico Tlon e pubblica regolarmente interventi e approfondimenti su numerose testate (tra cui Linus, Blog del Fatto Quotidiano, minima& moralia).

Pubblicato:
08-06-2021
Ultima modifica:
08-06-2021
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