Noi, nativi climatici - Singola | Storie di scenari e orizzonti
Un attivista di Fridays For Future, Italia, 2019.
Un attivista di Fridays For Future, Italia, 2019. | Copyright: Tommi Boom / Flickr

Noi, nativi climatici

Hanno tra i 15 e 20 anni gli organizzatori di un camp di Fridays For Future, in Friuli Venezia-Giulia. Siamo andati a capire le loro idee e i loro progetti.

Un attivista di Fridays For Future, Italia, 2019. | Copyright: Tommi Boom / Flickr
Alessio Giacometti

(1992) è laureato in Sociologia e scrive principalmente di ecologia e cambiamenti climatici. Suoi articoli sono apparsi su Il Tascabile, Le Macchine Volanti e Nido.

La mail di invito che mi manda Valentina, attivista diciasettenne di Fridays For Future Udine, è curata nel minimo dettaglio e amabilmente ossequiosa: “egregio signor Giacometti, vorremmo invitarla a partecipare al nostro camp estivo ecologista”. Sulla scelta del mezzo di trasporto è più assertiva e non mi lascia scampo: “chiediamo ai partecipanti di raggiungere il campeggio in treno o in bici” – sai com’è. Al mio solito tentenno: che faccio, vado? Finalmente mi convinco, stacco un biglietto andata-e-ritorno per Grado e raggiungo il campeggio un sabato mattina presto, nel giorno più caldo dell’estate 2020. All’arrivo mi accoglie un coloratissimo bivacco di tende Quechua stile tipì, all’ombra di maestosi pini marittimi. Più in là una tavola lunga e traboccante di roba, già imbastita per la colazione (porridge di avena con mele e prugne a pezzetti) vegana come tutti gli altri pasti che mi dicono essere consumati al camp.

Riunione di Fridays for Future, Udine, 2020

Riunione di Fridays for Future, Udine, 2020

I partecipanti sono una ventina di ragazze e ragazzi tra i 15 ai 30 anni, divisi in attivisti FFF e semplici simpatizzanti del movimento. Il paesaggio umano è vasto e rigoglioso: Valentina studia in un liceo internazionale poco lontano, sua sorella Ilaria è iscritta a European studies nei Paesi Bassi, Alessandro frequenta ingegneria aerospaziale mentre Pietro fa informatica. E poi Xenia, che studia cinema al DAMS, Matteo, futuro artigiano digitale, e Warren, musicista e organizzatore di eventi che del gruppo di Udine è il membro più navigato, quello che in questura mette la firma a nome di tutti per organizzare gli scioperi del venerdì. Nei giorni precedenti al mio arrivo hanno raccolto plastica lungo la battigia, ospitato un workshop sulle erbe officinali, disquisito di ambiente e suonato oziosamente musica jazz. Finita la colazione ci raduniamo comodi in un ampio circolo di sedie, per parlare di crisi climatica e attivismo ambientalista. A rompere gli indugi è Valentina, che racconta a me e agli altri cos’è significato per lei entrare in FFF.

“Mi sono avvicinata al movimento l’anno scorso, quando non avvertivo ancora in maniera così consapevole la questione climatica. Era più una sensazione intima, una sorta di preoccupazione molto grande, quasi irrazionale, che non sapevo come definire. In FFF ho trovato uno spazio relazionale entro cui poterla finalmente collocare, un contesto nel quale scaricare questo mio stato di confusione per potermi sentire capita”. Il movimento l’ha aiutata a verbalizzare un malessere che pensava fosse suo soltanto, mostrandole invece la comunanza che la lega a un’intera generazione di attivisti neo-ambientalisti, “nativi climatici” come lei, cresciuti con la militanza in un movimento che per numeri ed estensione non ha precedenti nella storia dell’ambientalismo. Socializzando le sue preoccupazioni con il gruppo di pari in FFF, Valentina ha recuperato l’equilibrio con se stessa e ha capito che era sulla strada giusta. “Qui ho realizzato che potevo fare molto di più per l’ambiente, perché c’è sempre qualcosa che si può migliorare per ridurre il proprio impatto e vivere più leggeri sul pianeta. Dal giorno di ingresso nel movimento è iniziato un processo di cambiamento della mia persona, anche a livello di consapevolezza, soprattutto nell’ultimo periodo. Sono diventata vegana, avverto molto più chiaramente l’ambiente e i suoi allarmi. È stato molto importante per me”.

Il cibo servito al camp è rigorosamente vegan

Il cibo servito al camp è rigorosamente vegan

Altri partecipanti al camp s’interessavano di ecologia già prima dell’affiliazione in FFF. Mina, una sedicenne pacata che argomenta le sue tesi con la risolutezza e l’esperienza degli attivisti di lungo corso, ha avuto un’insegnante alle scuole medie che ogni settimana le parlava di problematiche ambientali. “Era l’unica a farlo in tutto l’istituto”, dice. “Prima di entrare nel movimento, quello che sapevo di ecologia lo dovevo soltanto a lei”. Come tutti gli altri attivisti, Mina ha imparato moltissimo in FFF, ma il punto di svolta nella sua giovane esistenza lo deve all’incontro fortuito con quell’insegnante illuminata. Anche Xenia, 24 anni, si è avvicinata al movimento con una sensibilità ecologica già svezzata. “Dove abito io si parla di maggiore rispetto per l’ambiente da almeno dieci anni”, chiarisce con un certo orgoglio, “e tutti stanno attenti a fare bene la raccolta differenziata. Alle elementari mangiavamo frutta e verdura a chilometro zero, mentre oggi siamo in molti a tenere un orto biologico in casa. È stata una gioia per me vedere nascere il movimento, sapere che qualcuno si prendeva carico seriamente della crisi climatica. È il nostro futuro: non è che possiamo chiudere gli occhi, andare avanti alla cieca e sperare che ci vada bene”.

Chiedo che cosa rappresenti per loro, attivisti FFF, la crisi climatica. Prende la parola Diana, studentessa sedicenne al liceo artistico: “è un argomento che mi mette molta ansia, e mi dispiace che molta gente non se ne curi. Mia madre mi sostiene negli scioperi ma al tempo stesso mi dice che non cambierà mai nulla, che tutte queste cose che facciamo sono inutili e futili”. “Anche mia madre inizialmente mi ha incoraggiato”, si accoda Giulia, neodiplomata in uscita dal movimento per studiare psicologia all’università, “ma col tempo ha cominciato a dire che FFF è qualcosa di poco concreto. Per me ovviamente non è così: fino a un anno e mezzo fa il problema della crisi climatica non aveva un nome, non era espresso da nessuno, proprio come se non esistesse”.

Lavoro di gruppo

Lavoro di gruppo

Dico loro che i movimenti neo-ambientalisti rimangono ancora stigmatizzati negativamente, purtroppo, che l’uomo della strada li giudica paternalisticamente ininfluenti e alla peggio considera gli attivisti FFF dei perdigiorno che approfittano della scusa del riscaldamento globale per marinare la scuola. Mi rispondono che non tutti i genitori, gli adulti o i “boomer” di sorta hanno disapprovato o avversato la loro decisione di scioperare per il clima. “Mio padre è venuto al primo sciopero”, racconta Alessandro divertito. “C’era ovviamente un po’ di imbarazzo da parte sua, ma anche una tacita partecipazione”. In molti casi i genitori hanno appoggiato apertamente la mobilitazione per il clima. È successo per esempio a Mina: “a casa mi hanno trasmesso una sensibilità ambientale non comune e nessuno ha battuto ciglio quando ho detto che sarei scesa in piazza, anzi”. Spiega che suo nonno recupera abiti usati da mandare in Argentina e l’ha aiutata più che volentieri a trasportare panche e vettovaglie al camp estivo qui a Grado. Anche Valentina e Ilaria hanno sempre ricevuto il supporto della madre, insegnante alle scuole medie che hanno persuaso a impegnarsi di più in difesa del clima. “Dopo un po’ che eravamo nel movimento, ha iniziato anche lei a fare qualcosa”, assicurano. “È entrata in Teachers For Future e ha cominciato a considerare normale il fatto che volessimo diventare vegane”.

Ovviamente non è mancato chi ha tentato di osteggiare il movimento, spesso dileggiato e oggetto di frequenti pressioni a desistere dalle proteste. Alcuni dirigenti scolastici hanno minacciato ripercussioni sugli studenti che decidevano di scioperare, mentre certi professori fissavano di proposito le verifiche nel giorno calendarizzato per lo sciopero, preannunciando un voto gravemente negativo per quanti avrebbero saltato il compito. Al disfattismo istituzionalizzato, ai deterrenti e alle sanzioni negative a carico di chi scendeva in piazza si sono aggiunte anche le iniziative premiali nei confronti degli studenti “crumiri”, come nel caso dell’insegnante che – mi raccontano – ad ogni sciopero del clima portava in classe una subdola torta di gratificazione. E dire che altrove nel mondo è andata persino peggio. Alla diciassettenne di Guilin Ou Hongyi, la prima attivista FFF a scioperare per il clima in Cina, le autorità cittadine e scolastiche hanno impedito di tornare in classe, richiedendo per lei un test psicologico e intimando ai suoi genitori di dissuaderla dal rilasciare interviste ai media internazionali.

Nei giorni precedenti il camp gli attivisti hanno ripulito un tratto di spiaggia

Nei giorni precedenti il camp gli attivisti hanno ripulito un tratto di spiaggia

I partecipanti al camp mi confermano però che molti insegnanti hanno invece sostenuto la mobilitazione, passivamente o attivamente, accompagnando i propri studenti allo sciopero. “È stato bello vedere che in piazza non c’erano soltanto giovani ma anche insegnanti, anziani e famiglie”, commenta Warren. “In altre manifestazioni pubbliche, penso per esempio al sacrosanto Black Lives Matter negli Stati Uniti, non ci potresti mai portare la famiglia. Il nostro è un movimento pacifico e più intergenerazionale di quanto non si dica. Per noi è importante fare in modo che l’ecologia sia un mondo non soltanto a uso e consumo degli attivisti, ma venga esteso il più possibile”. Al primo sciopero mondiale per il clima hanno partecipato qui oltre 5.000 persone: “abbiamo fatto i numeri dell’Udinese quando si è qualificata per la Champions League”, ironizza Warren. “L’unica cosa che porta i friulani a scendere in piazza!”.

Secondo Giulia non si può fare attivismo ambientalista se non ci sono dietro cultura, scienza, informazione. “Il lavoro di sensibilizzazione è la cosa più importante. Agli scioperi per il clima c’erano moltissime persone, ma non tutte ci sono arrivate con la consapevolezza giusta. L’obiettivo per noi di FFF è farle tornare a casa più consce di quello che capiterà in futuro se continuiamo ad andare avanti così”. In questo senso ogni manifestazione in piazza è innanzitutto uno stimolo culturale, pur momentaneo e circoscritto che sia. La pressione sugli organizzatori è sempre molto alta, mi spiegano. “Finito lo sciopero dobbiamo stare attentissimi a non abbandonare spazzatura lungo le strade”, dice Mina. “Anzi: meglio se riusciamo a lasciarle più pulite di prima”. Qui in FFF sanno bene che chi ha in odio il movimento fa leva su questo genere di contraddizioni per screditarlo. L’aspettativa di coerenza che grava oggi sugli attivisti neo-ambientalisti è tale da imporre sacrifici cavillosi, come quello di attraversare l’Oceano Atlantico in barca a vela.

E di Greta Thunberg, a ormai due anni dal suo primo sciopero in solitaria nell’estate del 2018, che mi dite? “Ha portato un grandissimo cambiamento”, riconosce Mina. “Ha saputo dare vita in poco tempo a un movimento giovanile, organizzato localmente ma capace di esercitare un’influenza globale. Quello che fa lei aiuta a tenere il movimento unito, a evitare frammentazioni interne”. Per Valentina l’attivista svedese è stata un punto di rottura, un espediente narrativo che desse inizio a tutto coagulando un sentimento diffuso. “Greta ci ha dato l’esempio che tutti potevamo fare qualcosa, anche semplicemente dire ‘no, oggi non vado a scuola’ perché per il clima i governi non stanno facendo abbastanza”. Serviva una storia entro cui tutti potessero convogliare delle forze che isolatamente sarebbero rimaste sterili, e Greta ne ha fornita una che mescola novità e autenticità, catastrofe e speranza. Ma oggi il movimento deve imparare a camminare sulle sue gambe, senza totem e personalismi, così come ha dovuto radicalmente ripensarsi alla luce della pandemia di Covid-19.

L’attivismo di FFF si connota per l’astensione scolastica e la mobilitazione in piazza: quando vengono meno entrambe, com’è successo negli ultimi mesi di lockdown e distanziamento sociale, l’attivista cosa fa? “Abbiamo organizzato lo sciopero digitale sul canale Twitch di YouTube, ma non è come scendere in piazza”, ammette Elena, 16 anni anche lei. “Però abbiamo cercato di fare tutto ciò che potevamo: per esempio abbiamo rivisto la nostra struttura interna, perché il movimento è nato in maniera spontanea ed era difficile coordinarsi. Oggi siamo più orizzontali, ognuno di noi sa fare tutto e le responsabilità sono più chiare e condivise”. In questo senso il lockdown ha fatto bene al movimento, commenta Giulia. “E poi la pandemia di Covid-19 ha dimostrato che agire in fretta e su vasta scala è possibile, se solo ci fosse ci fosse la volontà di farlo”. Il problema è che in ecologia politica il potere è lì dove manca la volontà, e viceversa: come si arriva a fare convergere queste due forze per il cambiamento? Secondo Warren “ora sono le persone sbagliate a prendere tutte le decisioni, ma quando un giorno gli attivisti di FFF saranno dentro le istituzioni e magari al loro vertice potranno dire: ‘no, questa cosa non la facciamo più così’. È da qui che si deve partire”. Persone nuove per istituzioni diverse, poi vediamo quel che succede.

Mi incuriosisce sapere come si vedono da adulti, quale lavoro immaginano di fare dopo la scuola o l’università. La prima a esporsi è Mina: “è una cosa che penso spesso e non so esattamente cosa farò. L’unica certezza è che non vorrei fare un lavoro che contribuisca a degradare il pianeta. Tra cinque, dieci anni ci saranno sicuramente nuove professioni, molte avranno a che fare con la difesa dell’ambiente. Ci vorrà tempo, ne stiamo perdendo molto, ma sicuramente in futuro la situazione cambierà”. Secondo gli attivisti di FFF non c’è ambito lavorativo che non verrà trasformato dalla transizione ecologica, ogni settore produttivo ne uscirà rivoluzionato. “Io suono la batteria”, esemplifica Lorenzo, studente universitario di musica digitale. “Un giorno ho visto la pubblicità di un’azienda che commercializza drumstick in cui si diceva che per ogni paio di bacchette prodotto venivano piantati cinque alberi. È stata come una rivelazione, per me. Allora ho capito che si poteva fare molto anche a livello di produzione degli strumenti musicali, un’industria chiamata come le altre a ridurre il proprio impatto ambientale”. Alessandro sposa la stessa linea riformista: “tutte le tecnologie che oggi costellano la nostra vita possono essere riprogettate per ridurre l’impatto ambientale, c’è così tanto che si può e deve fare”. Perché mai disperarsi?

Valentina immagina invece una rimodellazione più radicale, in futuro. “L’idea stessa delle professioni in una società così pressante e sbagliata, i cui effetti deleteri sono sotto gli occhi di tutti, rende necessario un cambiamento totale, quasi un ribaltamento”. Talvolta gli attivisti neo-ambientalisti non vengono presi sul serio perché propongono soluzioni estreme, ma è chiaro che la ristrutturazione della vita sociale passerà dalla sommatoria di innumerevoli, piccole modificazioni. “Se oggi dici a una persona: ‘bene, ora cambiamo il mondo’, è logico che questa ti ride in faccia”, avverte Xenia. “Bisogna fare un passo alla volta, raccontare gli aspetti positivi dell’ecologia, mostrare modi di vivere alternativi e meno impattanti”. Per Elena “la cosa più difficile è cambiare le abitudini delle persone, perché ormai siamo arrivati a un punto in cui qualunque cosa è a disposizione di chiunque. Tutte le comodità sono un lusso di tutti: dobbiamo renderci conto che così non è sostenibile”. Abbassare le pretese materiali, produrre di meno e limitare i consumi sono i cardini dell’ecotopia prefigurata da FFF.

Ne dà conferma Ilaria, che di recente si è avvicinata alla realtà degli eco-villaggi ed è convinta che “dovremmo cambiare completamente la nostra scala valoriale, abituarci a ritmi più lenti, entrare in un rapporto diverso con gli altri esseri viventi”. Dice che è urgente tornare a una vita più semplice, ma con valori e legami più saldi. Anche per Valentina bisogna recuperare uno stile di vita più connesso al territorio: “io stessa non mi sento davvero parte del luogo in cui sto vivendo, non credo di conoscerlo bene e di viverlo fino in fondo”. È necessario adattare i nostri bisogni all’ambiente che ci circonda e non il contrario, sentirsi cittadini del mondo ma provare a migliorarlo a cominciare da casa propria. “Non dico si debba tornare allo stile di vita del passato”, precisa Valentina, “ma alla sua coscienza ecologica sì, e magari anche alla forza dei suoi rapporti sociali, alla concezione che gli umani sono soltanto una parte della natura, non i suoi dominatori. In fondo siamo semplicemente animali nella biosfera, non valiamo poi così tanto”. E come darle torto?

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Alessio Giacometti

(1992) è laureato in Sociologia e scrive principalmente di ecologia e cambiamenti climatici. Suoi articoli sono apparsi su Il Tascabile, Le Macchine Volanti e Nido.

Pubblicato:
21-08-2020
Ultima modifica:
25-08-2020
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