La nuova vita di Shenzhen - Singola rivista
Shenzhen streets, composizione.
Shenzhen streets, composizione. | Copyright: Pietro / Flickr

La nuova vita di Shenzhen

La metropoli è stata designata dal Governo per rappresentare il futuro modello di sviluppo urbano del paese. Ora che succede?

Shenzhen streets, composizione. | Copyright: Pietro / Flickr
Alessandra Colarizi

è sinologa e giornalista freelance. Scrive di Asia su diverse testate tra cui il manifesto, Il Tascabile, Left, China-Files.

Iperconnessa, ecosostenibile, tecnologica e internazionale: sono le caratteristiche che deve avere "una città socialista modello", secondo il Governo cinese. Già laboratorio delle riforme di mercato, sarà ancora una volta Shenzhen, nella provincia meridionale del Guangdong, a fungere da area pilota del "socialismo con caratteristiche cinesi”, come annunciato in un documento pubblicato congiuntamente dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e dal Consiglio di Stato il 18 agosto 2019. È un piano che, stando alle intenzioni delle autorità comuniste, catapulterà la megalopoli ai vertici mondiali in materia di innovazione, servizi pubblici e sostenibilità ambientale, gettando le basi per un modello replicabile nel resto del paese. Si parla di "sviluppo di alta qualità" ma anche di "legalità, ordine e civiltà". Requisiti essenziali affinché la metropoli rispecchi standard non solo cinesi ma anche internazionali. Il percorso, che si sviluppa in due tappe intermedie (la prima nel 2025 e la seconda nel 2030), dovrà trasformare Shenzhen in una città tecnologica e finanziaria "modello" per il resto del mondo entro il 2050. 

Panorama di Shenzhen, 2019.

Panorama di Shenzhen, 2019.

Shekou, Shenzhen, 2019.
Shekou, Shenzhen, 2019. | Dietertimmerman / Flickr


La storia sembra ripetersi: un tempo villaggio di pescatori, Shenzhen fu designata alla fine dell'esperienza maoista zona economica speciale. Significava portare nella Repubblica popolare investimenti stranieri facendo leva sulla vicinanza a Hong Kong e sul basso costo di terra e manodopera. "Arricchirsi è glorioso" sentenziò Deng Xiaoping quando raggiunse la città nel 1992 per cancellare il ricordo del sangue sparso pochi anni prima in piazza Tian’anmen. Dopo quattro decadi, grazie a un mix di pianificazione centralizzata e libero mercato, il Pil di Shenzhen ha superato quello dell'ex colonia britannica (oltre 2,4 mila miliardi di yuan). Una crescita trainata per il 70% dal settore manifatturiero e dall'hi-tech, tanto che oggi, soprannominata la "Silicon Valley” cinese, la metropoli ospita alcuni tra i principali colossi dell'innovazione, da Tencent a Huawei. La leadership comunista ha in serbo un futuro anche più glorioso: trasformare Shenzhen nel centro nevralgico della Greater Bay Area, una macroregione altamente integrata che nel giro di quindici anni dovrebbe riuscire a rivaleggiare in termini d'innovazione con la Baia di San Francisco. Come? Mettendo in connessione 11 città (Hong Kong compresa) per un totale di quasi 70 milioni di abitanti e un Pil di 1,5 mila miliardi di dollari. L'area interessata è quella del delta del fiume delle Perle, il cuore industriale del paese che, stando alla Banca Mondiale, dal 2015 costituisce l'agglomerato urbano più grande del mondo, tanto per estensione quanto per popolazione. Qui hanno sede 21 aziende della Fortune Global 500 List con interessi dall'automotive all'immobiliare passando per l'IT e la finanza.

Traffico a Shenzhen, 2010.
Traffico a Shenzhen, 2010. | Tomislav Domes / Flickr

Rendering del futuro
Rendering del futuro "Shenzhen Bay Headquarters City" | Henning Larsen Studio

Quello degli chengshi qun (cluster urbani) è un concetto relativamente recente in Cina. Comparso nei documenti ufficiali nel 2011, cerca di risolvere la frammentazione interna che caratterizza (e penalizza) il mercato cinese attraverso l'integrazione interregionale: nuove reti di trasporto, scambio dei fattori produttivi e l'abbattimento delle barriere amministrative. L'obiettivo è sì massimizzare l'efficienza economica, ma anche correggere le storture del modello di urbanizzazione a tappe forzate che solo tra il 2011 e il 2013 ha visto la Cina impiegare più cemento di quanto gli Stati Uniti ne abbiano usato in tutto il XX secolo. Secondo i piani di Pechino, entro il 2035 il 70% della popolazione cinese (circa 1 miliardo di persone) risiederà in città. Ma dovranno essere i centri più piccoli ad assorbire i nuovi flussi migratori per alleggerire le megalopoli già sovrappopolate. Proprio come Shenzhen.

La strategia dei chengshi qun è stata rilanciata a fine agosto quando, in visita nella provincia dello Anhui, il presidente Xi Jinping si è appellato alle megaregioni per avviare la "doppia circolazione", un nuovo piano di sviluppo formulato con l'obiettivo conclamato di proteggere l'economia cinese dalle incertezze del contesto internazionale - Covid e "decoupling" inclusi - attraverso un potenziamento della domanda interna e della produzione locale per limitare le importazioni. L'idea è che, sviluppando tecnologia autoctona e aumentando i consumi, il gigante asiatico riesca ad ottenere un grado di autonomia sufficiente da attutire i contraccolpi di una crisi esterna. Xi si riferiva nello specifico alla regione del delta dello Yangtze, il cluster urbano concorrenziale con epicentro a Shanghai. Ma il principio va applicato a tutte le macroregioni dove si concentrano know-how, produzione e consumatori. La Greater Bay Area non fa eccezione.

Interno di una casa a Bao An, Shenzhen.

Interno di una casa a Bao An, Shenzhen. | Wikimedia Commons

Cartellone pubblicitario, Shanzhen, 2014.
Cartellone pubblicitario, Shanzhen, 2014. | Konrad Lembcke / Flickr


Insomma, come all'indomani del massacro dell'89, davanti alla pandemia e alla "guerra fredda 2.0" con Washington, la leadership scommette ancora una volta su Shenzhen. Ma per replicare il successo degli ultimi quarant'anni occorre cambiare strategia. Un obiettivo non facile per una città costruita sull'export. Se il traguardo da raggiungere è aumentare la spesa interna, la strada per raggiungerlo passa per un'urbanizzazione più sostenibile. Lontano è il tempo in cui, con i suoi 50 piani, l’International Trade Center di Shenzhen veniva considerato un modello architettonico per il resto del paese. Oggi la megalopoli del Sud è un'anomalia in confronto alla pianta simmetrica delle principali città cinesi. Dagli anni '80 in poi, centinaia di piccoli borghi sono stati inglobati (di cui 67 all'interno della zona economica speciale), andando a formare il nucleo urbano attualmente visibile. La popolazione cittadina è cresciuta 400 volte in vent'anni, la metropoli ha continuato a svilupparsi tutto intorno. Nel frattempo, buona parte dei residenti locali - ex contadini senza più campi da coltivare - ha preferito spostarsi nella vicina Hong Kong o all'estero, lasciando – in cambio di un affitto stracciato – le proprie abitazioni ai lavoratori migranti, veri artefici del boom economico vissuto da Shenzhen negli ultimi anni. Quella popolazione fluttuante oggi ammonta al 70% del totale, mentre sono appena 4 milioni le persone regolarmente registrate. Le uniche ad avere diritto al welfare. Per tutti gli altri i costi dei servizi essenziali gravano pesantemente sul bilancio familiare, disincentivando i consumi. Secondo l’economista Michael Pettis, il principale ostacolo alla “doppia circolazione” risiede proprio nella concentrazione della ricchezza nelle casse dello stato anziché nel portafoglio dei cittadini.

Stando alla rivista finanziaria Yicai, pur vantando formalmente un tasso di urbanizzazione del 100% - il più elevato di tutta la Cina – a causa delle diseguaglianze, quella di Shenzhen è da considerarsi una wei chengzhenhua, una "pseudo-urbanizzazione". La prossima sfida per la municipalità consiste quindi nel trovare un modo per integrare i villaggi urbani (quelli sopravvissuti alle demolizioni) e chi ci abita in un tessuto urbano che rispecchi i requisiti di una "città socialista modello". Come ci spiega Ng Mee Kam, docente di urban studies presso la Chinese University of Hong Kong, "è dal 2005 che, con l'approvazione del piano "Shenzhen 2030", i policymaker lottano duramente per rendere la città più sostenibile". Due nuovi progetti sembrano rispondere a questa esigenza: la "Net City" di Tencent, un'area grande quanto Monaco progettata sull'estuario del fiume delle Perle, e la Shenzhen Bay Headquarter City, un nuovo distretto finanziario con affaccio su Hong Kong. "Smart" e in buona parte pedonalizzate, le due città satellite mirano a decongestionare il centro, creare spazio e riconciliare la popolazione con un lungomare per troppo tempo dimenticato. Ovvero a migliorare la qualità della vita. I cluster urbani servono proprio a questo.

Cantiere edile, Shenzhen.
Cantiere edile, Shenzhen. | Dan Terzian / Flickr


Secondo gli esperti, la "Silicon Valley cinese" si starebbe affrettando a correggere gli errori di Hong Kong, dove l’emergenza abitativa ha contribuito a esacerbare il malcontento sociale. E' proprio in quest'ottica che andrebbe letta anche l'ultima riforma della proprietà immobiliare. Un piano che, emulando Singapore, punta a ricollocare il 60% dei residenti in abitazioni sovvenzionate dallo stato. "La casa diventa un diritto anziché un investimento", spiega Ng, ricordando come, però, il progetto non sia del tutto nuovo. Di alloggi popolari si discute fin dalla nascita della zona economica speciale. Poi, non molto tempo fa, il progetto è stato sospeso "forse per lasciare che fosse il mercato a risolvere il problema". Nel frattempo, Shenzhen è diventata la quinta città con l'immobiliare più caro al mondo. Un paradiso della speculazione edilizia. Non certo il massimo per attrarre talenti e aziende stranieri. E una vera macchia per una "città socialista modello".

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Alessandra Colarizi

è sinologa e giornalista freelance. Scrive di Asia su diverse testate tra cui il manifesto, Il Tascabile, Left, China-Files.

Pubblicato:
11-10-2020
Ultima modifica:
11-10-2020
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