Brandeburgo, artifici di sabbia e d'acqua - Singola rivista
Tropical Islands, a Krausnick, vicino Berlino.
Tropical Islands, a Krausnick, vicino Berlino.

Brandeburgo, artifici di sabbia e d'acqua

L'area a sud-est di Berlino è un angolo d'Europa quasi dimenticato. Eppure qui Tesla sta costruendo la sua ultima gigafactory e sorge un'incredibile isola tropicale.

Tropical Islands, a Krausnick, vicino Berlino.
Redazione Singola

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Tra gli abeti spunta ogni tanto una radura dove passano i cavi dell'alta tensione o un'autostrada che potrebbe essere rubata al Canada o alla Siberia, con le corsie larghe e dolci, una torretta di avvistamento della forestale, il recinto di un zona militare sovietica dismessa. In fondo ancora alberi, in fila uno dietro l'altro nella pianura.  

Il Brandeburgo è la regione che racchiude geograficamente Berlino. Vive un po' nella sua ombra, come succede spesso all'hinterland delle grandi città. Ha la brutta fama di essere una regione vuota, in cui non succede nulla, e per molti versi è vero. È una tavola verde, piena soprattutto di foreste e di specchi d'acqua labirintici collegati da fiumi che spesso si diramano e si contorcono, di canali artificiali e centri abitati disgraziatamente simili tra di loro, con una chiesetta, una diga e la medesima storia di pianura.

È una terra poco appariscente e a tratti sinistra. E non si tratta di una natura primordiale, sono quasi tutti boschi artificiali, passando con il treno gli alberi scorrono via in file diagonali, enigmatiche e regolari. Sui tronchi di questa monocultura di abeti, malattie e parassiti si attaccano ovunque e si espandono.

Per terra aghi secchi e muschio, dove riescono a crescere solo le erbacce. L'unico fungo che si può cogliere da queste parti è il boleto baio, un porcinello senza pregio che al contatto vira subito su una tinta bluastra. Il suo nome in tedesco, Maronen-Röhrling, ricorda vagamente il contatore Geiger, o almeno quando si apprende che è una specie capace di concentrare gli isotopi radioattivi del cesio, ad esempio nella bassa Germania ancora contaminata dal disastro di Chernobyl. Chi lo raccoglie gli toglie subito il gambo e le lamelle, conservando solo la parte più coriacea del cappello, ma per la semplice ragione che il resto è inutilizzabile. Cuocendo, le parti spugnose si spappolano e iniziano a ribollire come una marmellata viscida. 

La terra di queste zone non è terra, è sabbia alluvionale senza humus, di palude, senza torba. L'acqua filtra subito in profondità, fa dei cuscini che danno lavoro in più agli ingegneri. Per fare le fondamenta bisogna immaginare il lavoro inverso di quanto si fa con le palafitte o le case a Venezia: non si àncora qualcosa a uno zoccolo duro sul fondo dell'acqua, si fa una specie di zattera e sopra questa si costruisce.       

La parte del Brandeburgo a sud-est di Berlino.

La parte del Brandeburgo a sud-est di Berlino. | Google Maps

La Gigafactory Tesla

Sembra strano che in questa regione marginale e quasi dimenticata d'Europa, Tesla ha deciso di costruire la sua ultima gigafactory, precisamente a Grünheide, un piccolo villaggio incastonato su un lago a 40 km a sud-est di Berlino. Ma strano ovviamente non è.

La posizione è congeniale, a un tiro di schioppo dalla capitale tedesca, lungo l'autostrada che è la sua circonvallazione. Terreno a basso costo, economia depressa e ancora legata alla storia della Repubblica Democratica Tedesca. E un mercato, quello dei colossi dell'auto europei, in cui bisogna fare sentire la propria presenza.

Grünheide non si aspettava l'arrivo di Tesla, ma come succede ai luoghi, questi possono essere baciati dalla fortuna o travolti dalla rovina.

Fortuna se l'auto porterà occupazione, direttamente o nell'indotto. O al limite, turismo. 
Rovina se questa grande bestia, che per funzionare ha bisogno sopratutto di materie prime, usurperà quella di cui Grünheide è più ricca: l'acqua.

La gigafactory ospiterà la linea della Model Y e la costruzione delle batterie di nuova generazione, ma succhiando dal sottosuolo la bellezza di 370mila litri di acqua ogni ora. Una tartaruga che schizza fuori dall'acqua: è questo lo stemma di Grünheide. Nuoterà ancora quando l'industria inizierà a produrre?

Di recente Elon Musk ha affermato in un comunicato che "il cantiere procede più velocemente di quello di un'analoga gigafactory a Shanghai" e "va avanti a una velocità inconcepibile".
Queste dichiarazioni, che suonano un po' esagerate, testimoniano in questo caso una soddisfazione del tutto motivata.

In Germania le opere private vanno spesso a rilento a causa di una tendenza all'iper-regolamentazione, una forma di burocrazia che segue lo spirito tedesco della disciplina. L'ampliamento dell'aeroporto di Schönefeld, che sorge a pochi kilometri dalla factory di Tesla, ad esempio, doveva essere terminato dieci anni fa, mentre l'altro aeroporto di Berlino, Tegel, chiuso e trasformato in una città della scienza che non ha ancora visto la luce. Le cose nel settore privato non vanno molto diversamente.  

Le proporzioni della Factory (nella parte alta dell'immagine) rispetto alla cittadina in cui sorge, Grünheide.

Le proporzioni della Factory (nella parte alta dell'immagine) rispetto alla cittadina in cui sorge, Grünheide. | Wikicommons

Il sindaco di Grünheide, Arne Christiani, finora ha governato senza troppi scossoni una comunità di 8600 anime. Un'altra liga, rispetto alle decisioni che dovrà prendere in futuro. Alle elezioni, capitanava una lista civica appoggiata da quasi tutti i partiti tranne due: i verdi e i neofascisti. Ora non teme l'impatto di Tesla, piuttosto fiuta le occasioni che possono bussare alla porta. Foreste e distese d'acqua quasi prive di nome si sono trasformate in un crocevia di operai, curiosi e di giornalisti. Nel 2001, anche BMW era passata di qui, aveva preso d'occhio le stesse terre di Elon Musk e attirato l'attenzione di qualche giornale. Poi all'ultimo aveva ripiegato per Lipsia e i riflettori si sono spenti di nuovo. Arne Christiani può monetizzare, politicamente parlando, questo secondo giro di ruota.

Arne Christiani, sindaco di Grünheide, nel suo studio.

Arne Christiani, sindaco di Grünheide, nel suo studio. | Taz


Tropical Islands

Uscendo fuori dal perimetro dell'area dove sorgeranno i capannoni, il Brandeburgo torna a essere quello di sempre. Uno spazio di foresta compatto, basso e piatto, la massa di foglie degli abeti scura e profonda.

Proseguendo in macchina ancora più a sud, dopo una mezz'ora, le foreste sono interrotte di nuovo da una costruzione incredibile che appare all'orizzonte. Un'uscita dell'autostrada segna "Tropical Islands". Avvicinandosi, l'area è segnata da cartelli, e finalmente appare quella che sembra un'astronave scesa in una terra remota, un'enorme cupola o un tempio Bahai

Più semplicemente, Tropical Islands è la ricostruzione indoor di un mondo tropicale, con i suoi cliché che ne fanno una terra di frontiera tra un parco acquatico e il Truman show. Il video promozionale è particolarmente interessante. Questo mostra il parco in una versione così edulcorata da sembrare una rappresentazione di un mondo creato digitalmente in cui avatar iper-realistici simulano i movimenti di persone in carne ed ossa. Ha l'aria di una pubblicità degli anni '80 formato Love Boat.     

 


La struttura esterna esisteva già da molti anni, costruita dall'aereonautica sovietica con la funzione di hangar. Questo era ed è rimasto il più grande hangar a campata unica del mondo, capace - per dare un'idea - di contenere la torre Eiffel messa per lungo. Dopo i sovietici, arrivò un'azienda tedesca, la Cargolifter, che lì dentro iniziò a costruire palloni aerostatici sperimentali prima di dichiarare bancarotta.

L'idea di Tropical Islands venne a una corporation malese, poi comprata dal gruppo spagnolo Parques Reunidos, che ha parchi a tema in tutto il mondo, tra cui l'italiano Mirabilandia. Questi parchi non hanno niente di locale, e benché meno di tedesco, a parte le lavoratrici e i lavoratori che tutte le sere lasciano queste serre climatizzate per tornare alla realtà meno esotica di posti come Krausnick, Lübbenau e Beelitz. 

Tropical Island, esterno

Tropical Island, esterno


Gurken und Spargel

Sono proprio queste due cittadine, Lübbenau e Beelitz, i propulsori di un altro stravolgimento del paesaggio, due terre diverse ma unite dalla febbre della produzione agricola intensiva, rispettivamente di cetrioli e di asparagi.

Lübbenau, nel cuore dello Spreewald, è al centro di una fittissima rete di canali artificiali, terreni rigonfi d'acqua, fertilissimi, che una volta - oggi meno - servivano come vie di trasporto delle merci. Tutto qui dà l'impressione di volersi lasciar raccontare attraverso l'immagine mitica dell'agricoltura preindustriale, lo ricordano nei musei le foto dei carichi di cetrioli portati sull'acqua, le donne vestite con lunghe gonne e cappelli, gli uomini che spingono le barche con un palo, simili a gondolieri equilibristi. Nella piazzetta di Lübbenau i gurken sono perennemente in vendita dentro botti sfuse, insieme alla birra e alla gurkenbrause, una bevanda analcolica ottenuta con il liquido leggermente zuccherato che rimane nelle botti.

Questa dimensione rurale, e ormai turistica, nasconde la realtà di un'industria che è radicalmente diversa e molto meno idilliaca. La maggior parte dei cetriolini viene acquistata da grandi produttori e rimessi in vendita nei circuiti della grande distribuzione. Le piante, perché possano dare frutti giovani e senza imperfezioni, sono ampiamente trattate con erbicidi e disinfestanti. L'agricoltura organica in questo business non dá buoni risultati. 

Cottage ricavato da una botte, Lübbenau

Cottage ricavato da una botte, Lübbenau | Piqsels

Lasciando lo Spreewald e tornando a Berlino si passa per Beelitz, dove l'identificazione con un prodotto agricolo è assoluta. La cittadina è tutta condita da immagini di asparagi, sui cancelli, sulla cartellonistica, addirittura sui lampioni. Gli spargel, l'oro bianco di qui, attraggono ogni anno migliaia di lavoratori stagionali, dai Balcani soprattutto e dalla Polonia. I braccianti arrivano in gruppi che ogni azienda poi distribuisce in questi campi che dal ciglio della strada sembrano uno specchio di mare, per la plastica che ricopre le gobbe di terra rialzata dove vengono fatte crescere le piante.

Grazie al suolo naturalmente sabbioso i fusti spuntano più forti e più dritti che altrove. I braccianti li separano in diverse categorie, i più perfetti costano a inizio stagione oltre 15 euro al kg e non scendono mai sotto i 7-8 euro. Con gli asparagi a Beelitz fanno tutto, perfino una grappa aromatizzata amarognola che è quasi imbevibile. 

Il mare di plastica degli asparagi

Il mare di plastica degli asparagi | Pixabay

Uno
Uno "spargelhof" a Beelitz | Wikicommons
 

Il lavoro nei campi è durissimo, ma dura il breve tempo dell'estate. Dopo la raccolta le coperture in plastica tendono a rompersi e sbattono nel vento con un rumore triste. A ottobre, massimo a novembre, le prime nevi rendono inutile il lavoro nei campi. Poi più tardi il gelo blocca l'acqua nei canali e ferma le costruzioni. La vita continua sotto lo strato di ghiaccio. I pesci scivolano nei fondali, le radici si rafforzano e si espandono.
Allora si possono girare a piedi queste foreste senza incontrare nessuno, fermarsi davanti a un lago ghiacciato non distinguendo i confini tra l'acqua e il cielo. Il mondo moderno costruisce le proprie teorie che qui contano poco, affondano nella sabbia e nell'acqua come tutto il resto.   

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Questo articolo è parte di una serie sul nuovo paesaggio europeo. Leggi anche:

Almería, sole plastica e pomodori

 

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Pubblicato:
03-08-2020
Ultima modifica:
08-10-2020
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