Lo strappo: movimenti magmatici - Singola | Storie di scenari e orizzonti

Lo strappo: movimenti magmatici

Intervista a Edmund Berger in occasione della traduzione italiana di "Accelerazione. Correnti utopiche da Dada alla CCRU", incentrata sulla sua lettura della storia culturale e dei movimenti dal Novecento ai giorni nostri.

Intervista a Edmund Berger
di Matteo Moca
Edmund Berger

è uno scrittore, ricercatore e attivista statunitense. I suoi interessi principali sono l'evoluzione della tecnologia e il suo impatto sul cambiamento dei modi di produzione capitalistica, il ruolo della guerra nell'economia e la storia delle avanguardie.

Matteo Moca

(1990) scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio e Il Riformista. Il suo ultimo libro è Figure del surrealismo italiano. Savinio, Delfini, Landolfi.

«LLa nostra storia ha inizio, come tutte le storie belle, con uno scandalo, oggi perlopiù dimenticato, ma passato alla storia come “l’affare Notre-Dame”». È il 9 aprile del 1950 quando a Parigi durante la messa alla cattedrale di Notre-Dame, un gruppo di quattro giovani nascosti sotto cappe domenicane raggiunge il pulpito e uno di questi, Michel Mourre, inizia a declamare un'omelia, il cui contenuto «esplode nella chiesa come una bomba». Si accusa la Chiesa nel giorno di «Pasqua dell'Anno Santo» del «dirottamento letale della nostra forza vitale verso un paradiso vuoto», di «aver infettato il mondo con la sua moralità funerea», di «essere la piaga purulenta sul corpo decomposto dell'Occidente»: «In verità vi dico – proclama Mourre – Dio è morto».

Muove da questo evento ad opera di alcuni dei componenti più radicali del gruppo lettrista il libro di Edmund Berger Accelerazione. Correnti utopiche da Dada alla CCRU (nella collana “Not” di Nero Editions e con la traduzione di Paolo Berti), un incipit che squaderna immediatamente i vettori di questo lavoro che si concentra sul rapporto tra passato, presente e futuro e su come alcune storie sommerse del passato possano aiutare per una comprensione più organica del mondo che viviamo.

Berger infatti ricostruisce in questo libro la storia delle correnti utopiche, mosse dal desiderio radicale di cambiare la società, da inizio Novecento fino ai nostri giorni, dal dadaismo e il situazionismo fino all'accelerazionismo e ai lavori di Nick Land e Mark Fisher. Un lavoro, come ha scritto Franco “Bifo” Berardi, che racconta il ventesimo secolo «dalla prospettiva più interessante: quella della rivolta e del delirio», un viaggio articolato e complesso tra i meandri del «pensiero estremo». Con Edmund Berger abbiamo parlato non solo del suo libro, ma anche di un modo originale di organizzare il lavoro storico, di come raccontare una storia fondata su un continuo susseguirsi di momenti di rottura e del ruolo che può ancora rivendicare il pensiero utopico nella società contemporanea.

 

Matteo Moca - Nel capitolo zero del tuo libro Accelerazione. Correnti utopiche da Dada alla CCRU tu scrivi in maniera chiara la metodologia che hai seguito per questa storia delle sottoculture politiche del Novecento scrivendo che si tratta della «deriva psicogeografica applicata alla genealogia», riferendoti quindi alle teorie di Guy Debord e del lettrismo, ma anche a una forma di vagabondaggio nel mondo del pensiero che potrebbe richiamare la flâneurie per come definita da Walter Benjamin. Cosa significa muoversi nel Novecento con questo metodo, perché lo hai scelto?

Edmund Berger - È una domanda interessante: in un certo senso ho trovato che questo metodo fosse appropriato all'argomento stesso. I due punti che tu menzioni, la deriva o la “deriva psicogeografica”, e il flâneur che affascinava tanto Walter Benjamin, mi sembrano collegati a un livello molto profondo. Il flâneur, come artefatto culturale, è qualcosa che emerge insieme alla città moderna: le nuove strade, i negozi, le altezze che vengono raggiunte, il pulsare della folla. Questa era la base per l'emergere del flâneur, il cui movimento era una sorta di esplorazione distaccata di un mondo che si stava trasformando. E in Benjamin questo acquista una nuova dimensione, una dimensione inquisitoria. Come nel suo lavoro sui passages parigini, il movimento attraverso la città diventa un'esplorazione, un sondaggio, un esame intensivo di come i processi di modernizzazione lascino tracce in tutto l'ambiente.

Nella deriva psicogeografica dei lettristi e dei situazionisti la situazione è un po' diversa. Questa parte dallo stesso luogo del flâneur, ma mentre possiamo pensare l'azione del flâneur come una pratica contemplativa, la deriva psicogeografica doveva essere una pratica attiva. Era un esame della città per rivelare le sue dimensioni nascoste, al fine di aiutare a preparare piani per la città a venire, l'Hacienda o forse la Nuova Babilonia. Così, forse, possiamo mettere insieme le due cose non solo in termini di una genealogia storica, anche se è una genealogia laterale, ma vederle come un processo, un movimento di coscienza.

Cosa significa guardare così questo mosaico di movimenti, contromovimenti, controculture e sottoculture? I movimenti portano in sé le tracce del mondo in cui erano radicati, hanno questi depositi di tracce. Il XX secolo è ormai finito, quindi vagare qui non è come vagare per una città: è piuttosto una passeggiata notturna attraverso un cimitero o le maestose rovine di qualche civiltà passata. Quello che mi interessa è l'elemento attivo: la deriva psicogeografica fornisce uno strumento da usare nello stesso modo in cui i situazionisti pensavano di poterla usare per dare forma alla città?

MM - Nel tuo libro seguiamo un percorso che muove da dadaismo e futurismo, per arrivare a Nick Land, Sadie Plant e la CCRU (“Cybernetic Culture Research Unit”), passando attraverso la storia dei movimenti di sinistra ed estrema sinistra: si tratta di una narrazione che pare muovere da momenti minori ma che sorprende per la continuità del percorso e la gemmazione continua che tu ricostruisci, basata anche sullo scontro. A un certo punto scrivi che «caratteristica peculiare di ogni avanguardia è la faida, la lotta non solo contro il passato e il sentimentalismo, ma anche contro altri gruppi che competono nella rivendicazione del futuro».

EB - Ci sono probabilmente tre approcci generali che potremmo adottare su questa questione della faida. Il primo è che tutti questi gruppi sono di orientamento modernista, anche se talvolta hanno agito all'interno dell'epoca postmoderna. Qual è stato lo sfogo iniziale del modernismo? Il progetto critico di Kant, la grande critica della metafisica. Questo ha stabilito il modello per l'orientamento al mondo che sarebbe seguito: la critica dell'economia politica di Marx, che era una critica della base metafisica dell'economia borghese, fu possibile solo dopo Kant. Quasi tutte le diramazioni del marxismo prendono questa impostazione critica, ma anche l'avanguardia stessa si è fondata sulla critica: la critica del mondo stesso. Penso che sia questo il significato di essere all'avanguardia, essere in una posizione critica nei confronti del mondo. E quando si ha una folle proliferazione di movimenti che sono impegnati in una qualche forma di progetti critici, queste armi si rivoltano l'una contro l'altra. L'inconsapevole complicità degli uni con gli altri (una complicità che probabilmente non potrà mai essere recisa, indipendentemente da chi sta conducendo la guerra) diventa un bersaglio.

È divertente perché sono un po' preoccupato di essere apparso eccessivamente critico nei confronti di Guy Debord in questo libro. Non era mia intenzione; mi sembrava solo che la storia del ramo principale del situazionismo fosse già stata raccontata. Ma forse avrei dovuto includerla per amore di completezza. Perché l'impulso a escludere Debord è emerso da questioni reali riguardanti il rapporto tra politica e “arte” - questa era la base della critica dei suoi ex compagni. Eppure potrebbe esserci stato un altro elemento nella costante epurazione di Debord: un gioco, la vita intesa come gioco. Questo credo sia il secondo fattore: la faida come componente ludica. Anche qui c'è un'importante dinamica che mi ricorda un po' la doppia faccia di Giano. Il gioco può essere ludico, ma può anche essere mortalmente serio, come nel gioco della guerra (e Debord era uno studioso molto appassionato di strategia militare). Un buon esempio di questa dinamica potrebbe essere anche Stewart Home (critico nei confronti del situazionismo), che si dilettava nella faida e sembra averla utilizzata molto consapevolmente.

L'ultimo fattore credo sia il più semplice: rivalità molto elementari, l'umano scontro di personalità. L'accordo universale nella nostra vita ordinaria e quotidiana è qualcosa che non esiste, e i gruppi sociali tendono a scontrarsi di tanto in tanto. La gelosia è reale, così come la competizione. Se inseriamo tali elementi in contesti come questi, siamo destinati ad assistere a degli scontri.

Isidore Isou, Réseau centré M67, 1961.

Isidore Isou, Réseau centré M67, 1961. | Adagp, Paris

MM - Non manchi di sottolineare come in certi frangenti l'azione di alcuni elementi di questi gruppi finisce per sfociare nell'utilizzo della violenza o dell'intimidazione. Mi viene in mente il caso di Tunzelmann e Teufel, che si sono mossi dalla Kommune 1 ai Tupamaros tedeschi e quindi alla lotta armata dopo l'addestramento in Giordania nelle file dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e furono responsabili di attentati contro l'imperialismo israeliano. Oppure il gruppo Black Mask che poi si trasformerà nel collettivo radicale di estrema sinistra Motherfuckers e che scatenerà una storica rissa a un concerto degli MC5. In alcuni casi l'esplosione della violenza potrebbe sembrare quasi inevitabile.

EB - Come la rivalità, l'abbraccio della violenza da parte di certi protagonisti di questa storia è probabilmente, in qualche modo, inevitabile. Sembra arrivare in un preciso momento: si prenda a esempio la posizione critica nei confronti del mondo, che forse inizia in una forma più “artistica”, ma che tratta comunque di provare a cambiare i contorni che regolano l'esperienza vissuta. Quando questi sforzi vengono frustrati e la situazione diventa sempre più insostenibile (per esempio lo scoppio della guerra in Vietnam o la macchina da guerra imperiale del “sistema mondiale” che digrigna i denti), sembra esserci uno scivolamento verso il terrorismo e atti estremi di questa natura.

Jean Baudrillard ha avuto una posizione interessante sul terrorismo, che è diventato un suo grande argomento di studio all'indomani dell'11 settembre, ma le sue riflessioni in merito erano già percepibili negli anni Settanta, con lo spettacolo mediatico della Red Army Faction e quant'altro. Baudrillard tende a trattare questi episodi di violenza in modo paradossale: da un lato, il terrorismo è aderente ai meccanismi più ampi della società del controllo. Il terrorismo infatti non opera da un punto di vista radicalmente esterno, è qualcosa come un circuito comunicativo chiuso, che fuoriesce dal terrorismo innato della nostra società. Dall'altra parte, il terrorismo è come un eccesso incontenibile che emerge dall'interno di quel sistema. È un sintomo del carattere maniacale, contraddittorio e spietatamente violento della civiltà del capitalismo, anche se è qualcosa che sembra rovesciarsi contro di essa.


MM -
Le tue modalità del racconto della storia mi hanno ricordato in certi momenti l'approccio metodologico della microstoria, di cui sono luminosi esempi le opere dello storico Carlo Ginzburg, ovvero l'interesse per storie di piccole comunità, di aree geografiche più ristrette o di personaggi minori ma che, nel loro insieme, sono in grado di contribuire a una lettura più ampia e interessante dei grandi processi (mi viene in mente lo strepitoso incipit del capitolo “Communication Guerrilla” con le scritte sataniche sulle antiche mura di Viterbo e la beffa dell'inafferrabile Luther Blissett). Si tratta anche di una nuova misura dello sguardo del ricercatore che analizza frammenti e indizi per giungere alla leggibilità dei più grandi processi. Credi che per un lavoro come il tuo questi momenti minori costituiscano la via migliore per comprendere la totalità degli avvenimenti?

EB - Non sono sicuro che si possa definire il “miglior” modo di comprendere gli eventi - anche se ho cercato di inserire di volta in volta la relazione tra la “totalità” e questi frammenti particolari, ma sarebbe necessario costruire un quadro completo di questi processi che porterebbe inevitabilmente a una periodizzazione rigorosa del XX secolo. Limiti di spazio e di organizzazione mi hanno impedito di farlo per intero! Ma sono contento che le persone stiano rilevando che questo elemento c'è, anche se in forma incompleta - e non sono sicuro che si tratti di un'operazione che potrà mai essere completata.

C'è un altro lato dell'approccio frammentario, che, come detto prima, è una sorta di riflesso di ciò che Monacelli descriverebbe come le tendenze “secessioniste” di questi movimenti e contromovimenti. Riprendendo la distinzione tra il flâneur e la deriva psicogeografica, possiamo chiamare questo un processo “attivo”, che implica scavare negli strati del passato e trovare le linee che sono state sepolte, la cui progressione è terminata troppo presto, e forse trovare nuove applicazioni delle loro indicazioni nel presente. Deleuze ha scritto nel suo libro su Foucault che il filosofo francese ha fatto proprio questo, ha scritto storie, ma ha usato la storia “per qualcos'altro... per operare contro il tempo”, sperando in un “tempo a venire”.

Per rimanere in questa cornice deleuziana, è in Mille Piani che lui e Guattari descrivono la Storia del Capitale come una grande “memoria organizzata”, organizzata da un automa centrale e dove ogni cosa è assegnata al suo posto. Forse scavare tra questi fili potrebbe, in qualche modo, aiutare a scuotere questa memoria organizzata. C'è anche una qualità punk qui, appropriata all'argomento. I percorsi verso questi mondi sotterranei sono ovunque: chiunque può iniziare a scavare. Forse meno del veggente deleuziano - che ha identificato Foucault - e più del “salvagepunk”. Dovremmo tuffarci nella fossa delle macerie della storia per estrarre le cose che possono essere rimesse insieme. Ma non dovremmo nemmeno essere eccessivamente romantici su questo, o su ciò che stiamo scavando. I momenti di brivido sparsi nella controstoria sono anche, inevitabilmente, una riserva di fallimento ripetitivo.



MM - Definisci quello che succede in Italia negli anni Settanta come legato al «movimento dei movimenti» e ripercorri la storia di Potere Operaio e Lotta Continua, le figure di Raniero Panzieri, Mario Tronti, Toni Negri e le esperienze di gruppi dissidenti come Autonomia Operaia, A/traverso e Indiani Proletari (di cui racconti la celebre e originale contestazione a Luciano Lama all'Università di Roma). Nelle riflessioni su questi argomenti la discussione è spesso centrata sull'Italia tu invece colleghi in maniera organica questi momenti con quello che accadeva nel resto del mondo: che legami c'erano?

EB - C'era una fitta maglia di reti transcontinentali di comunicazione che si stavano formando tra diversi ambienti dalla fine degli anni Cinquanta fino agli anni Settanta. Questi scambi passavano attraverso ripide divisioni: non bisogna andare molto lontano, per esempio, per trovare le interconnessioni tra l'operaismo - ironicamente il precursore dell'autonomismo - in Italia e cose come la Johnson-Forest Tendency negli Stati Uniti, che era una sorta di micro-movimento post-trotskista che si poneva su posizioni sempre più divergenti dalle correnti comuniste più “mainstream” (relativamente parlando) da cui era emerso. Socialisme ou Barberie aveva anche qualche rapporto con i principi della Johnson-Forest Tendency, e anche con il situazionismo francese. È divertente, dato che c'era una specie di abisso tra il situazionismo degli anni Sessanta e l'autonomismo degli anni Settanta. Un'altra serie di connessioni transcontinentali era quella tra gruppi britannici che teorizzavano la “ribellione giovanile”, come Heat Wave, che aveva le sue connessioni con il situazionismo, e i surrealisti di Chicago, che fondevano quello che chiamavano il “surrealismo vernacolare” nazionale degli Stati Uniti con la tradizione sindacale sindacale proveniente dall'IWW (Industrial Workers of the World). L'effetto era qualcosa che potremmo chiamare un “marxismo psichedelico”.

Considerare le condizioni sociali in cui tutti questi diversi ambienti erano inseriti complica il quadro: le specificità del “miracolo italiano”, la grande spinta industriale degli anni Sessanta, furono il carburante per l'operaismo italiano, ma il rapido sviluppo dei sistemi di produzione di massa nel paese rese gli sviluppi teorici della Johnson-Forest Tendency immensamente rilevanti. Questo perché la Johnson-Forest Tendency aveva a che fare con sistemi di produzione di massa in atto in luoghi come Detroit, che precedevano di alcuni anni il programma industriale italiano. Quindi c'è un elemento di “sviluppo diseguale” in gioco - ma ciò che è importante tenere a mente quando si parla di sviluppo diseguale è che questi vari piani sono alloggiati all'interno di un sistema mondiale capitalista comune, e i progressi nel “paese centrale” condizionano il carattere dello sviluppo delle zone periferiche. Questo è particolarmente evidente per un paese come l'Italia, che non solo stava subendo una massiccia modernizzazione, ma era pienamente inserito nelle tensioni della guerra fredda, essendo una zona calda nella mappa geopolitica della NATO.

In questo periodo, nelle economie più avanzate del mondo, la base industriale su larga scala stava per cedere il passo a quello che è stato chiamato “post-industrialismo”, la nuova base organizzata dalla finanza, dai servizi e dalle abbaglianti reti di sistemi di informazione e comunicazione. Non credo sia una coincidenza che le nozioni di “autonomia operaia” (come nella Johnson-Forest Tendency e negli operai) e di “rivolta giovanile”, come articolate dai surrealisti di Chicago e dai situazionisti inglesi - per non parlare delle meravigliose e strane ibridazioni emerse con l'autonomismo vero e proprio negli anni '70 - sorgano accanto a questa tendenza generale. C'è un filo rosso che collega queste storie, e ha a che fare con il modo in cui il lavoro si stava trasformando, come le norme sociali e i codici stavano rapidamente cambiando, e il modo in cui la governance stessa stava per subire un cambiamento. Potremmo guardare a tutto questo come a tentativi di “uscire in anticipo” dal processo, di intervenire e avere voce in capitolo nel mondo futuro che si stava formando.


MM -
Il tuo libro si chiude sull'accelerazionismo di Sadie Pant e sulle riflessioni della CCRU con Nick Land: in un altro tuo lavoro, Flussi sotterranei. Una microstoria di iperstizione e resistenza esoterica (Rizosfera/Obsolete Capitalism), parli di due filoni dell'accelerazionismo, con il secondo che rompe con la variante di Nick Land e, semplificando, possiamo assimilare ai lavori di Srnicek e Williams. Quali credi che sia, se c'è, l'eredità dell'accelerazionismo all'interno di un discorso sulle “correnti utopiche”?

EB - Penso che ci sia un'eredità positiva dell'accelerazionismo da sfruttare. Ci sarebbe potuto essere un intero capitolo del libro sui soli sviluppi pro-CCRU - ma ho scelto di non includerlo, dato che il dibattito è ancora in corso (anche se forse le discussioni si sono un po' affievolite rispetto ai giorni inebrianti tra il 2016 e il 2018). Matt Colquhoun sta facendo un ottimo lavoro al momento, indagando la formazione dell'accelerazionismo contemporaneo nel contesto di una serie di dibattiti nella blogosfera: in particolare, i tentativi di costruire una politica dal terreno sterile del realismo speculativo, e i problemi messi in moto dalla ripresa da parte di Mark Fisher del concetto di “hauntologia” di Derrida. Qui è stato Alex Williams che ha cercato di sviluppare un “accelerazionismo post-landiano” (con un'importante enfasi sul “post”, quindi non un “anti”). Dopo essere passato attraverso diverse mutazioni, questo sarebbe diventato il “left-accelerationism” (L/ACC) di Williams e Nick Srnicek e avrebbe influenzato anche il Comunismo acido di Fisher. Con l'arrivo del L/ACC, Land ha esposto la propria formulazione di “right-accelerationism” (R/ACC), e in alcuni corsi al “New Centre for Research & Practice” intorno al 2016-2017 ha cercato di trovare una logica più profonda al lavoro che sottende sia il L/ACC che il R/ACC. Questo ha portato all' “Unconditional accelerationism” (U/ACC), che ha cercato di andare oltre e alla base di L/ACC e R/ACC, e di lavorare intorno alla questione neoreazionaria tornando al CCRU, all'energia infernale di Bataille, e all'analisi della tecnologia che si trova in Marx.

Non sono sicuro che alcune di queste siano migliorabili con le idee di utopie in quanto tali, a meno che non trattiamo l'utopia come uno sostituto obliquo per un futuro diverso da questo. L'accelerazionismo - e qui, credo, è dove l'analisi di Land è più importante - è profondamente connesso alle questioni della temporalità, dell'identità tra “coming together of the future” e “dismantling of the past”. Questo è abbastanza simile alle nozioni storiche di utopia, ma dove l'accelerazionismo e l'immagine dell'utopia divergono è che quest'ultima elimina qualsiasi nozione di un futuro “stato stabile”, un equilibrio superiore o un'omeostasi. In un certo senso, la condizione postmoderna - lo strato in cui siamo dai primi anni '70 - è già un'utopia, ma un'utopia in negativo: il “neoliberalismo” è una politica utopica, ed è per questo che è stato identificato come il completamento della storia. La mancanza di un movimento lo testimonia. Ci sembra che le cose si stiano muovendo in modo incredibilmente veloce, ma questa grande velocità è anche congelata. Un “arresto frenetico”, una lenta frenesia.

Il CCRU ha considerato la spettacolare società postmoderna come suo punto di partenza e stava cercando una via d'uscita. Gli scritti post-CCRU di Fisher sul blog “K-Punk” sono pieni di tentativi di riconcettualizzare una politica di sinistra spogliata dalla nostalgia e dal desiderio del mitico corpo organico: una politica sintetica orientata alla produzione del nuovo. Questo è ciò di cui si occupa Comunismo acido, una sorta di riaccensione degli impulsi modernisti che, per citare la sua lezione sul “progetto comunista”, può aiutare a dare una “forma alla storia”. Anche nel concetto neoreazionario di Exit di Land esiste ancora questo spazio, sebbene la spinta sia subordinata a un ethos commerciale (lasciate perdere il commercialismo: c'è un'inquietante somiglianza tra l'“exit” di Land e l'“exodus” di cui parlano i post-autonomisti, ma si ritrova anche nell'uso di “egress” di Fisher). In questo senso penso che l'accelerazionismo abbia ancora una posizione importante nel discorso, sebbene sia una posizione irta di pericoli.

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Edmund Berger

è uno scrittore, ricercatore e attivista statunitense. I suoi interessi principali sono l'evoluzione della tecnologia e il suo impatto sul cambiamento dei modi di produzione capitalistica, il ruolo della guerra nell'economia e la storia delle avanguardie.

Matteo Moca

(1990) scrive, tra gli altri, per Il Tascabile, Il Foglio e Il Riformista. Il suo ultimo libro è Figure del surrealismo italiano. Savinio, Delfini, Landolfi.

Pubblicato:
15-03-2021
Ultima modifica:
14-03-2021
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