La foresta senza fine - Singola | Storie di scenari e orizzonti

La foresta senza fine

The Vorrh, capolavoro di Brian Catling, esce tradotto per Safarà Edizioni e mette in mostra la potenza e l'incommensurabilità dei teatri mitologici.

Alessandro Mazzi

è filosofo, editor e traduttore editoriale. Scrive per diverse testate. Ha pubblicato racconti in TINA. Storie della grande estinzione (Aguaplano, 2020) e sulla rivista Axolotl. Ha tradotto Più brillante del sole (Not, 2021). Si occupa di filosofie orientali, immaginario, studi sul sacro, antropologia, religioni, mitologia e spiritualità.

In principio è il sacrificio. Ogni vero mito fondativo prevede un’origine sacrificale perché l’inizio del tempo scaturisce da uno smembramento originario che pone in essere l’esistenza, e come scrive Alan Moore nella prefazione «per ogni mitologia che si rispetti, aleggia la sensazione che tali eventi inconcepibili possano davvero essere accaduti o che, da qualche parte sotto la scorza dell’esistenza, continuino ad accadere in perpetuo». La sciamana veggente Este, fin dalle prime pagine di Vorrh – La foresta senza fine, ha previsto la sua morte. L’inizio della saga è il momento in cui lei dona il proprio corpo al compagno di vita, un soldato inglese rinnegato, perché forgi dalle sue ossa un arco leggendario. Il suo destino è quello di addentrarsi nel cuore della terribile foresta africana in cui scompare ogni percezione del mondo e vieni sfasato in infinite amnesie, il Vorrh.

Il sacrificio preannuncia un inizio, ma quello di Este è tanto più significativo perché rievoca i racconti sacri dei grandi sciamani e delle loro consorti, tra cui Rama e Sita, Shiva e Parvati, nonché le amanti invisibili di cui magistralmente racconta Elémire Zolla. I matrimoni mistici più puri, presenti in ogni tradizione e suggellati all’alba dei tempi, permangono oltre lo sguardo dove il sacro stesso si fa donna, forza viva e divina che permea il cosmo e intrattiene una relazione perenne con il veggente. Nel sacrificio della sposa i due diventano uno, «sento il riflusso del suo tocco attraverso l’arco che ondeggia contro la schiena, le sue dita che mi accarezzano la spina dorsale». Tutto il libro è inebriato dal voodoo e dal soffio animico degli spiriti.

La presenza di Este accompagna l’avventuriero divenendo la sua arma e intagliando le frecce bianche che dovrà scoccare contro i suoi nemici, segnando fin da principio il suo cammino. I talismani dei persecutori si frantumano di fronte al potere delle frecce della sciamana trasfigurata, la donna smembrata individua e coglie ogni movimento nel Vorrh. Impugnando l’arco pregno dell’odore di lei per scoccare la freccia del fato sopra la foresta che lo attende, l’avventuriero comincia il viaggio percorso da tremiti androgini, «la freccia scocca da sé, sparisce nel cielo con un rumore che vibra sensualmente attraverso di me e in ogni altra particella materiale e incorporea, visibile e invisibile». Il tantra dell’arciere.   

Nel sacrificio di Este, Vorrh tenta di risacralizzare la letteratura. Ci si è abituati troppo a considerare la letteratura un affare culturale, ma una vera saga si inalbera sempre dalla scintilla di una visione, da un’eredità o da un sogno, a patto però che l’autore sappia accoglierla così com’è affiorata. Brian Catling è un artista multiforme tra scultura, poesia, cinema e performance art, al punto che la sua acclamata trilogia, di cui questo è il primo volume tradotto in Italia da Massimo Gardella per Safarà, fa sorgere la domanda “Perché un libro?”. Quando ci si rivolge a un genio caleidoscopico, bisogna sempre chiedersi cosa ha fatto sì che una visione si concretizzasse in un modo piuttosto che un altro.

Vorrh è uno di quei rari casi in cui un libro ti rivela che il suo essere libro è un accidente. Lo spessore del volume esagera la propria grandezza come per convincerti della sua indubitabile esistenza. Eppure l’estensione del libro nello spazio, la somma totale delle sue pagine, è trasparente quanto uno specchio che affaccia sul cielo. Hai tra le mani un fantasma, l’eco di un’epoca che ti chiede perché mai continui a scrivere e leggere. Trionfano i versi di John Ashbery messi in calce all’epilogo, «Il libro era un regalo/ meglio gettarlo via, giù nel fondo/ del mare dove un pesce geniale lo leggerà/ forse». Un libro per tutti e per nessuno, la cui visione è colta da chi sa guardare e accompagna l’incerto. Vorrh è una zattera sciamanica che ti traghetta dall’altra parte del guado per introdurti nel folto di una selva impossibile.

«Si diceva che nessuno avesse mai raggiunto il centro del Vorrh». Sei nell’Altra Parte di Alfred Kubin, l’invisibile nella sua eloquente mistica fatta di fronde, rocce, tronchi, terre leggendarie, tribù grottesche. La foresta di Catling riprende il nome dall’omonima giungla africana immaginata da Raymond Roussel a inizio secolo scorso nelle Impressioni d’Africa, col chiaro intento di portare in questo secolo l’opera del drammaturgo, ma contemporaneamente oltrepassa qualsiasi riferimento storico. Vorrh non è un luogo e non è un non-luogo, non può essere situata, nessuna mente può concepirla. La foresta è invece la possibilità di una geografia, una foresta che è tale solo perché nel momento in cui la scorgi la percepisci così, perché si è voluta rivelare così.

Il Francese, come viene evocato Roussel nel romanzo, ne esplora il vortice mitologico da perfetto esoterista moderno attratto dalla curiosità di nuove scoperte, intenzionato a conoscerne i meandri e le tribù, dagli antropofagi Artabatitai ai cinocefali Hemikunes, abitanti di foreste che confluiscono come epifanie nel Vorrh. Ma la sua curiosità gli costa cara, perché nella foresta non si entra per diletto.

«Questo non è un posto da vedere per curiosità! Non è un luogo da osservare e dimenticare. È un luogo sacro e onnisciente; gli uomini devono cedere qualcosa qui, sacrificare tutto o una parte di sé. Non si può entrare e uscire a piacimento; non è un parco o un giardino di città».

Ogni mito che ha dato vita alle religioni mondiali, dalla Bibbia ai testi sacri della Valle dell’Indo, prospera nella foresta, «era la madre di tutte le foreste; più antica della lingua stessa, più vecchia di ogni specie conosciuta e, secondo alcuni, propagatrice di tutte, avviluppata da un sistema evolutivo e climatico che solo in esso poteva esistere». Il Vorrh è il rovescio delle distese radioattive nel Terminus Radioso di Volodine, il suo complemento potrebbe trovarsi forse nel Solaris di Lem, il pianeta di un’altra galassia ricoperto da un oceano vivente senziente in grado di assumere qualsiasi aspetto per interfacciarsi con chiunque lo approcci, facendo affiorare le ombre più profonde dei suoi interlocutori.

Tuttavia la differenza è notevole, la foresta non vuole interfacciarsi, la sua estensione tracima l’immediata precarietà di qualsiasi fantasia e l’impotenza di ogni intenzione. Chi si avvicina o vi entra si trasforma in creature senza scopo, identità o significato, entrare nella giungla non è niente di così spiritualmente egocentrico come essere messi di fronte alle facce più perverse di sé. Banale credere che si tratti di un’allegoria per simboleggiare la vuotezza di senso dell’uomo contemporaneo, piuttosto il Vorrh riassorbe qualsiasi desiderio di agire in accordo con un sentimento cosciente.

I suoi sentieri obbligano a prendere atto di una realtà oggettiva che vive dei propri miti, il mundus imaginalis di Henry Corbin, piano di realtà soglia tra il mondo dei sensi e quello dell’immaginazione sacra. E così come il Francese affascinato dalla foresta «l’aveva fatta vivere, insieme a tutti i suoi abitanti» nella sua scrittura, ecco che il libro rivela il viaggio di Catling, e quindi di noi tutti, verso lo stesso ignoto. Ma Catling ha ben chiara la modalità mentre viene guidato dalla voce di Este. Nella realtà polimorfa del XXI secolo in cui spazio e tempo si rimodellano, e il sé viene restituito giocoforza alla totalità dell’Assoluto inforestato, è bene lasciarsi guidare dagli sciamani e dal genio della veggenza. 

Le illustrazioni di Gianluigi Toccafondo che accompagnano le pagine raccontano le visioni della foresta senza fine con la mano sporca di terra. Dimentica le parole, perché nella foresta non servono. Gli unici segni che lascerai e vedrai saranno i contorni smossi e i contrasti neri dei pigmenti rovesciati su una tavola di pietra. Le tue orme sono sufficienti a delineare una forma rupestre che appare antropomorfa solo per caso, la stessa allucinazione che ti fa sorridere credendo di aver visto uno stormo di uccelli scendere in picchiata quando in realtà erano le zampe di cavallo scalpitate da una nube. Tu non puoi sapere chi sei, non l’hai mai saputo, «ho davvero lasciato alle spalle il rifugio sicuro della nostra casa per riappropriarmi dei costumi degli uomini», pensa il soldato. Abbiate il coraggio di perdervi perché siete già perduti, ecco il mantra di Vorrh.

Nei disegni di Toccafondo il Vorrh si staglia tra cielo e terra, appena fuori la città coloniale di Essenwald, «una città europea importata pietra su pietra nel Continente Nero» e ricostruita pezzo per pezzo lungo il limitare della foresta. Il colonialismo esemplificato dalla scena della città fiorente grazie alla tratta di schiavi locali e all’estrazione di risorse, tra cui il legname del Vorrh, diventa specchio di un paradigma creazionistico tipicamente europeo, sperimentato in Mesopotamia dai primi agglomerati urbani. Fondarsi è sedersi alla destra dell’incommensurabile. Qui non siamo nel patetico tropo letterario del fantasy dove la grande città è l’avamposto di soglia da cui inizia l’avventura, ma come in Non tutto il male di Andrea Cassini, la città deve pagare le conseguenze della sua lunga esistenza a spese dei mitologici alberi del mondo.

La tensione tra città e foresta è la stessa che fa collassare qualsiasi tentativo di concepire uno spazio urbano delimitato che costeggi una foresta il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo. Persino avere un limitare è un atto di compassione del Vorrh. L’unica linea ferroviaria che penetra il Vorrh dimentica il proprio passato recente man mano che prosegue. Lo sfruttamento del legname è permesso dalla foresta stessa, rientra nei piani di una convivenza illusoria. Più viene tagliata, più i suoi persecutori si illudono di poterla tagliare.

Se la città ripresa da Oswald Spengler e Peter Sloterdijk è una sfera immunizzante che trattiene gli uomini al suo interno con la propria forza magica, un’eggregora di mattoni e cemento che ti sradica dal resto del mondo, Essenwald è invece la maschera catatonica del colonialismo bianco.

Catling vorrebbe risanare le perversioni ecologiche e umanitarie perpetuate nel XIX secolo. All’Africa martoriata dal cristianesimo urla di buttare via i vangeli e tornare ad ascoltare i propri poeti nascosti nella foresta. Colonialismo bianco e monoteismo d’altronde sono storicamente un unicum, e il fantasy surrealista di Catling non ne fa mistero. Possiamo però ancora parlare di fantasy? Alan Moore scrive una prefazione per distruggere in un colpo solo un vetro immaginario fin troppo incrinato. Il fantasy è morto, ed è vero che come dice Moore, questo dipende dal maledetto fenomeno dell’archetipizzazione dei motivi letterari, per cui si è rimasti assuefatti dal canto delle sirene di Tolkien, dei miti nordici abusati in tutte le salse dal pop e della stasi di motivi riciclati stile maghi, stregoni, guerrieri, draghi, profezie e prescelti vari.

Bisogna avere il coraggio non solo di dare voce ad altre realtà, ma soprattutto di riappropriarsi ed epurare i temi che il fantasy ha consumato per restituire loro dignità. Vorrh ribadisce che il fantasy si è imposto come genere per attuarsi nella letteratura, per essere più facilmente sopportato, ma la vera ispirazione giunge da un oltre, una necessità arcaica dell’immaginazione nel senso più divino. Viceversa, non avrebbe potuto dare vita a un racconto, semmai sarebbe stato l’apogeo di un nuovo libro sacro, una novella dottrina spirituale, quando non una mistica. Difatti però è proprio quello che succede ora. Moore è diretto, questo genere «ora imbrigliato e retrogrado fatica a includere questa originalità inclassificabile», la stessa che ha spinto Nietzsche a scrivere lo Zarathustra, Jung il Libro Rosso e Gibran il Profeta. Mancano le categorie per accogliere libri come Vorrh. Proporrei la dicitura aeonic books, libri eonici, perché le saghe come Vorrh ci aiutano a incamminarci su sentieri impervi in tempi interessanti, fermo restando che in ogni caso per Moore oggi siamo in piena «riforestazione dell’immaginazione». Ben vengano autori come Catling che spianano la strada verso l’ignoto, armati di arco e di saggezza.   

Hai letto:  La foresta senza fine
Questo articolo è parte della serie:  Recensioni

Pensiero
Alessandro Mazzi

è filosofo, editor e traduttore editoriale. Scrive per diverse testate. Ha pubblicato racconti in TINA. Storie della grande estinzione (Aguaplano, 2020) e sulla rivista Axolotl. Ha tradotto Più brillante del sole (Not, 2021). Si occupa di filosofie orientali, immaginario, studi sul sacro, antropologia, religioni, mitologia e spiritualità.

Pubblicato:
07-06-2021
Ultima modifica:
07-06-2021
;