Funzione e percezione del fuoco - Singola | Storie di scenari e orizzonti

Funzione e percezione del fuoco

Nel suo saggio "Geomanzia", Davide Mazzocco ricapitola ferite e cantieri aperti del nostro mondo. Un estratto dalla sezione "Il fuoco".

Davide Mazzocco

è giornalista, autore di documentari, si occupa da anni di ambiente, cultura e comunicazione per il web e per la carta stampata. Ha all’attivo una quindicina di pubblicazioni fra cui Giornalismo online (2014), Propaganda pop (2016), Cronofagia (2019), Novecento lusitano (2019) e Geomanzia (2021).

Ospitiamo un estratto del saggio Geomanzia, di Davide Mazzocco, recentemente pubblicato da Palermo University Press, che ringraziamo.

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Nel sentire comune il fuoco è sempre accompagnato da un’accezione estremamente negativa, eppure, proprio grazie a questo elemento, è possibile prevenire incendi particolarmente distruttivi. Come spiega Giorgio Vacchiano:

In contesti in cui si impedisce il naturale e periodico passaggio degli incendi, infatti, si verifica il cosiddetto “paradosso del fuoco”: spegnendo sempre la vegetazione in fiamme, arbusti, legno e foglie secche si accumulano liberamente nel tempo. Quando per una casualità o in seguito a forti siccità si innesca un incendio che non può essere estinto immediatamente, la vegetazione accumulata rischia di generare ben presto fiamme altissime e incontrollabili. [1]

In alcuni casi, affinché non si verifichino incendi incontrollabili occorre innescare incendi controllati. La pratica del fuoco prescritto (prescribed burning o controlled burning in inglese) ha due funzioni: da una parte quella di conservare le specie che verrebbero “soffocate” da una vegetazione troppo rigogliosa, dall’altra quella di bruciare in anticipo la vegetazione di sottobosco che in caso di incendio potrebbe far propagare le fiamme fino alle chiome degli alberi. Il fuoco prescritto ha anche la funzione di agevolare gli interventi di lotta agli incendi. Già conosciuta dagli aborigeni australiani e dagli indiani d’America, la tecnica del fuoco prescritto è stata utilizzata nella prima metà del Novecento in Nord America, Australia, Asia e Africa; soltanto a partire dagli anni Settanta si è diffusa anche in Europa.

In Italia l’utilizzo del fuoco prescritto è stato fatto a partire dagli anni Ottanta. Perché questa fiamma bassa e scientificamente progettata venga utilizzata in maniera proficua è necessario che vi siano le giuste condizioni climatiche: la temperatura e la velocità del vento devono essere contenute e l’umidità compresa fra il 30 e il 70%. Va da sé che i cambiamenti climatici stanno progressivamente limitando la possibilità di effettuare questo tipo di interventi: senza le suddette condizioni non si può effettuare il fuoco prescritto e, quindi, aumentano le probabilità che si scatenino degli incendi. È quello che è successo in Australia, dove la mancanza di fondi e la riduzione del numero di giorni con condizioni meteo idonee hanno impedito la messa in atto di una strategia preventiva che avrebbe contribuito a limitare i danni.

Ma se nella percezione comune il fuoco equivale al male, come si spiega agli ambientalisti che vedono gli incendi solamente sul loro televisore al plasma che esiste anche un fuoco “buono”? Come spiegare agli ambientalisti duri e puri che il diradamento è un’operazione che prepara il bosco a una maggiore resilienza in caso di focolai d’incendio o di tempeste come Vaia? Per chi fa ricerca e poi traduce i propri studi in azioni le difficoltà maggiori riguardano la percezione. Come spiegavamo nelle prime pagine di questo libro, l’allontanamento dalla natura altera la visione che l’uomo ha di essa, spinge gli individui inurbati a un’idealizzazione che spesso ha poco a che fare con la realtà. Si tende a pensare allo spazio naturale come a una zona a sé stante, un territorio sacro e intoccabile. In quello spazio o ai suoi confini, però, vive l’uomo e con questo equilibrio occorre necessariamente fare i conti.

La questione della percezione è molto delicata. Pensiamo a quanto avviene quando si parla di lupi: gran parte dell’opinione pubblica si schiera dalla parte di questo animale selvaggio circondato da un’aura mitica e simbolica. Il giudizio però non è unanime: i pastori che portano il gregge in luoghi aperti e devono costruire reti di protezione non subiscono la stessa fascinazione. Per loro il lupo è un problema. Quando si parla di piante è lo stesso. Un conto è effettuare un taglio in un ambiente urbano, magari per fare spazio a nuovi edifici, un conto è effettuare un diradamento in un bosco per permettere alle piante più giovani di assorbire più luce oppure per preparare una determinata area boschiva a una maggiore resilienza in caso di incendi o schianti da vento.

Incendio controllato, Wisconsin, USA, 2012

Incendio controllato, Wisconsin, USA, 2012 | USFWS Midwest Region / Flickr

Torniamo a una frase già citata [nel capitolo precedente a questo]: gli incendi non si spengono con l’acqua. Per limitare le conseguenze degli incendi sono necessarie azioni che possono essere percepite negativamente. In una fase di forte recrudescenza del pensiero irrazionalista, tutti coloro che operano per la salvaguardia della flora e della fauna devono affiancare al lavoro di ricerca e a quello sul campo anche l’attività di comunicazione necessaria a legittimare presso l’opinione pubblica operazioni che potrebbero risultare impopolari. Gli incendi, per esempio, non fanno della foresta una terra desolata. Chi pensa che le fiamme sterilizzino e desertifichino un territorio sottostima le doti di resilienza dei mondi vegetale e animale. […] Esistono numerose piante che hanno bisogno del fuoco per liberare i loro semi. Ci sono alcune specie aviarie che beneficiano di una maggiore visibilità dopo il passaggio del fuoco e possono così individuare più facilmente le loro prede. Dopo il passaggio del fuoco, insomma, la foresta ritrova il suo equilibrio e anche di fronte agli eventi più catastrofici la natura sa come rinascere e prendere il sopravvento.

La saggezza antica dice che fa più rumore un albero che cade piuttosto che una foresta che cresce. Ecco, la percezione apocalittica di certi disastri è dovuta proprio a questo squilibrio fra il tempo dell’uomo e il tempo del mondo, alle metriche antropocentriche con le quali misuriamo gli eventi. Pensiamo a Pripyat, la cittadina situata a tre chilometri dall’impianto di Chernobyl. A sette lustri di distanza dall’incidente nucleare del 26 aprile 1986, l’asfalto è divelto dai cespugli, i tetti sono dominati dai pioppi e le betulle sono cresciute sui terrazzi.

Cosa fare dopo? Come si opera dopo un incendio o quando si placa la forza distruttiva di una tempesta come Vaia? Non esiste una regola fissa, ogni caso è un caso a parte e in alcune circostanze nella stessa area si provano strategie differenti. Non è detto che, dopo un incendio boschivo, portare via il materiale carbonizzato o crollato sia necessariamente la scelta vincente, molti ricercatori hanno notato che è preferibile lasciare sul terreno i tronchi caduti e fare in modo che questi fungano da “ombrello” per i nuovi germogli. Inoltre, si è notato che seminare i terreni con le specie preesistenti è molto più efficace ed economico che utilizzare piantine da vivaio. I germogli che nascono dai semi competono “alla pari” e generano piante con radici più profonde e robuste. I tempi necessari a rinascere dopo un disturbo variano da specie a specie: se la macchia mediterranea può resistere a incendi che ritornano ogni cinque anni, i boschi di latifoglie hanno bisogno di venti o trent’anni per sopportare le fiamme, mentre per i boschi di montagna i tempi di ripresa sono a cadenza secolare. 

Il rapporto fra uomo e foresta va ripensato a metà strada fra l’idealizzazione di chi pensa ai boschi solamente in termini di wilderness e l’avidità di chi vede in essi esclusivamente una fonte di profitto. Dall’inizio del Novecento a oggi, le foreste italiane sono triplicate e rappresentano attualmente il 40% del territorio nazionale. Dal 1990 a oggi, le foreste italiane sono cresciute di oltre un milione di ettari arrivando a un totale di 11 milioni di ettari. L’inurbamento della popolazione, con il conseguente abbandono delle campagne e dei territori montani hanno consentito alle foreste di riconquistare i territori antropizzati nei secoli passati. Il processo di riforestazione è comune a tutta Europa: nell’ultimo quarto di secolo l’area forestale è aumentata di 17,5 milioni di ettari e ricopre il 33% del territorio del Vecchio Continente.

In un contesto paesaggistico in cui le foreste hanno sostituito campi e pascoli e con la pressione ambientale causata dalla crisi climatica diviene necessaria quella che la scienza chiama gestione forestale sostenibile. Un’area forestale gestita scientificamente può fornire numerosi benefici alla società. Innanzitutto, fornisce legno per costruire edifici o elementi di arredo con un materiale che invece di produrre CO2 la stocca rendendola inerte. La foresta protegge anche i centri abitati dal dissesto idrogeologico e dalla caduta dei massi, mitiga le temperature e contribuisce alla lotta contro l’inquinamento assorbendo anidride carbonica e ossigeno. Una pianificazione forestale capace di attivare un’economia del legno a km zero può giovare sia al mercato del lavoro che all’ambiente: la produzione del legname, infatti, può fornire occupazione, evitare l’inquinamento connesso alle importazioni, fornire biomassa per la produzione di energia e agevolare la prevenzione dei disturbi. Questa rivoluzione ha bisogno di un dialogo fra ricerca, politica e imprese, in modo che gli scienziati, gli amministratori e il mondo del lavoro operino per il bene comune.

Come spiega Giorgio Vacchiano nell’epilogo del suo libro:

Se c’è una divulgazione di cui abbiamo bisogno è quella in grado di spiegare in maniera chiara e coinvolgente che cultura e natura, uomo e ambiente, crisi climatica e diritti umani sono in realtà due facce di uno stesso unico sistema. Che la resilienza del bosco è, anche, la nostra resilienza. Forse non è un caso che la parola “umano” derivi dal latino homo, dalla stessa radice di humus. [2]

Un esempio di resilienza e di utilizzo degli alberi per contrastare le conseguenze del cambiamento climatico è rappresentato dalla Great Green Wall for the Sahara and Sahel Initiative che coinvolge venti paesi della regione sahelo-sahariana [3]. L’idea originaria di creare nell’Africa Sub Sahariana una barriera di alberi lunga 7.600 km e larga 15 km si è evoluta in una pianificazione di più ampio respiro finalizzata al rafforzamento degli ecosistemi della regione, alla protezione del patrimonio rurale e al miglioramento della sicurezza alimentare e delle condizioni di vita della popolazione dei Paesi coinvolti. La Grande Muraglia Verde è, senza ombra di dubbio, il più ambizioso progetto di contrasto alla desertificazione al mondo: con i suoi 8000 km è qualcosa di più di un semplice impianto di alberi.

I piani per la Grande Muraglia Verde nella regione africana del Sahel

I piani per la Grande Muraglia Verde nella regione africana del Sahel

Gli obiettivi potrebbero essere riassunti in sette punti:

1) sviluppare un territorio fertile;
2) migliorare la sicurezza alimentare delle popolazioni africane;
3) sviluppare i lavori “green”;
4) ridurre le ragioni che costringono le popolazioni africane a migrare;
5) aumentare le opportunità di business e delle imprese commerciali;
6) proporre un simbolo di pace in un contesto in cui i conflitti smembrano le comunità;
7) aumentare la resilienza ai cambiamenti climatici in un’area in cui ci si attende che le temperature aumentino più rapidamente che in qualsiasi altro luogo sulla Terra. 

La Great Green Wall for the Sahara and Sahel Initiative è finanziata con 8 miliardi di dollari dalla Banca Mondiale e dalle Nazioni Unite, con l’appoggio dell’Unione Africana e, allo stato attuale, sta recuperando 200mila ettari di terreno all’anno. Secondo le previsioni, la Grande Muraglia Verde potrebbe essere ultimata nel 2063. Nel 1978 anche la Cina ha dato il via a un programma di ripristino delle foreste nella parte settentrionale del Paese. Il progetto Three-North Shelterbelt Forest Program (TSFP) è nato per creare una cintura di sicurezza intorno alle zone desertiche del Paese, capace di contrastare gli effetti delle tempeste di sabbia e dei fenomeni di erosione del suolo. Nel corso del 2019 sono stati piantati oltre 488.000 ettari di nuove foreste nel Nord del Paese. La TSFP prevede un muro di alberi lungo 4500 chilometri e largo almeno 50 metri, se tutto andrà come da programma, l’argine all’avanzata del deserto sarà concluso nel 2050. Nelle aree rurali e ai confini del deserto gli alberi sono il muro con cui arginare le drammatiche conseguenze della crisi climatica.
Questo modello è replicabile anche nelle città?

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Note

1. Giorgio Vacchiano, La resilienza del bosco, Mondadori, Milano 2019, pag. 115.
2. Ivi, pag. 166.
3. I paesi aderenti alla Great Green Wall for the Sahara and Sahel Initiative sono Algeria, Burkina Faso, Benin, Ciad, Capo Verde, Gibuti, Egitto, Eritrea, Etiopia, Ghana, Libia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal, Somalia, Sudan, Gambia, Tunisia.

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Davide Mazzocco

è giornalista, autore di documentari, si occupa da anni di ambiente, cultura e comunicazione per il web e per la carta stampata. Ha all’attivo una quindicina di pubblicazioni fra cui Giornalismo online (2014), Propaganda pop (2016), Cronofagia (2019), Novecento lusitano (2019) e Geomanzia (2021).

Pubblicato:
09-08-2021
Ultima modifica:
08-08-2021
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